Archivio per il mese di: marzo, 2015

Il nero e il rosso.
( Cartoline a Ponzone )

Commentando un post pubblicato su Facebook, in cui accennavo alla maggiore persistenza, non solo cromatica, del colore nero rispetto al rosso, Antonio Armentano e Lu Potena avevano piacevolmente fatto slittare il discorso dalla politica alla sessualità, anche se apparentemente parlavano di abbigliamento, facendomi così ricordare di due graffiti, un “post” e un “commento” scritti con quei due colori, che per anni, mentre andavo al lavoro, ho visto lentamente sbiadire.
Ne avevo scritto qualche anno fa, dato il tema trattato, nell’ultimo capitolo di Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto, il saggio di Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicati a Ando Gilardi  sulla storia sconosciuta della rappresentazione del sesso della donna. Chi d’abitudine legge queste mie “Cartoline” non avrà difficoltà a capire la gioia che mi procurava leggere ogni mattina quei due graffiti, che smentivano una paradossale menzogna, ossessivamente ripetuta per diciassette secoli.
Qui di seguito riporto il testo da quel saggio “osceno” che tanto era piaciuto a Ando Gilardi, e aveva rallegrato, con mio enorme piacere, la fertile vecchiaia di quell’amico iconologo che mi aveva insegnato a “leggere” le immagini, o, meglio, la realtà che sanno in maniera così seducente suggerire.
«Per anni, recandomi al lavoro a Sesto San Giovanni, la (ex) Stalingrado d’Italia, su un pilastro di uno stabile in Viale Ercole Marelli ho letto un simpatico messaggio scritto a grandi caratteri in stampatello rosso: “W la figa“. Un anonimo, intelligente ma poco studioso scoliaste, aveva aggiunto sotto a quelle parole, questa volta in nero: “Sono daccordo“.
Insolitamente, forse per una rara forma di rispetto verso la natura del messaggio e della sottostante approvazione, le due scritte non sono state coperte da successive più urgenti comunicazioni; ma, con gli anni, le parole in rosso, che è un colore, non solo politicamente, meno resistente, sono sbiadite fino a scomparire del tutto, lasciando il commento in nero solo e privo di significato. “W la foca” ha scritto però mio figlio su un cuore di carta appeso alla porta della sua camera: che dio la ( e lo ) benedica». ( Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto, Lost Dreams Editions 2010, p. 1431 ).
Questo post è dedicato a Lu Potena e Antonio Armentano, perché, senza quel loro “slittamento” cromatico, non sarebbe mai stato.
Nell’immagine:
Raffaello, Madonna del cardellino, 1506 circa.
Firenze, Galleria degli Uffizi.
( da it.wikipedia.org )
Secondo un vecchio proverbio valtellinese, che non so assolutamente scrivere ( ma l’amico Mauro Thon Giudici potrà aiutarmi ), conosciuto grazie a mia moglie che l’aveva appreso dalla nonna materna, parecchio diversa da quella paterna, una “strega” valtellinese fortunatamente scampata ai roghi della religione dell’amore verso il prossimo, è meglio spendere qualche soldo in più ma acquistare un capo di vestiario rosso. Quella preferenza non era dettata da una scelta politica, forse era inconsciamente erotica, ma, di sicuro, era da imputare al fatto che anche gli analfabeti iconici avevano appreso dalla infestante iconografia ieratica e da quella politica che il rosso era un colore importante, carico di promesse pagane e mistiche per questa e la “vita” futura.
( 29 marzo 2015 )

8913, Raffaello, Madonna_del_cardellino_dopo_il_restauro

 

 

«You press the button».
( Cartoline a Ponzone )

Da tempo sono fermamente convinto che, se, prima di premere il pulsante dell’otturatore, chi fotografa è consapevole dei precedenti quarantamila anni di storia iconica, l’immagine ottica prelevata dalla realtà sarà “diversa”: non tanto nei risultati fenomenici, sebbene anche quelli non possano non essere influenzati dalla cultura di chi fotografa, quanto nella percezione mentale che avrà di quella immagine chi l’ha prelevata.
Per essere davvero compresa, la storia iconica non può essere separata da quella dell’umanità, anche se il sistema scolastico si è dato non poco da fare per dividere il sapere in discipline, facendo sì che il quadro di insieme risultasse invisibile.
Se si accetta questa premessa, cesserà di apparire paradossale, o perlomeno fuori luogo, l’invito, suggerito da Ando Gilardi a chi fotografava, di leggere un insolito “manuale fotografico”: Minima moralia, un saggio scritto da Theodor Wiesengrund  Adorno nel 1947 e pubblicato da Einaudi nel 1954. Perché, se è vero che la fotografia si nutre della realtà, è altrettanto vero che lo sguardo di chi fotografa deve essere in grado di vederla davvero.
Per quanto mi riguarda, sono perfettamente consapevole che Il bosco incantato. Appunti per una morfologia della pornofiaba, il saggio sulla rappresentazione della sessualità e sul lavoro, che Ando Gilardi, cui è dedicato, aveva definito «il punto più alto raggiunto, la perfezione, di quello che prima dicevo: una sublime raccolta di immagini oggetto e soggetto del desiderio più acuto e profondo di tutti» ( dalla recensione in “PC PHOTO & mobile phone”, novembre 2009 ), è stato in buona parte ispirato anche da un altro “manuale”, scritto ancora da Adorno insieme a Max Horkheimer, sempre nel 1947: “Dialettica dell’illuminismo ( Einaudi 1966 ).
Un giorno, fermi a un semaforo, Ando Gilardi aveva confidato a Gianni Scaburri, un comune amico, che in fondo, per lui, parlare di fotografia era un «pretesto per parlare d’altro». E per un vero fotografo e un serio iconologo non potrebbe essere diversamente, se non si vuole che la riflessione sull’immagine – uno degli strumenti più potenti inventati dall’uomo per suggerire evocare e dare l’illusione, soprattutto con quella totalmente automatica, di fermare lo scorrere del tempo – diventi una sterile tautologia, o, peggio, un affascinante pretesto per nascondere la realtà.
Nell’immagine:
Pubblicità per la prima Kodak Camera, 1889.
( da www.guim.co.uk )
( 28 marzo 2015 )

8903,The-first-Kodak-camera

 

Il fascino del silenzio iconico.
( Cartoline a Ponzone )

È sufficiente guardare o rivedere con attenzione Box office – la breve serie di fotografie da Teresa Barberio dedicata con nostalgia all’effimero ambiente di lavoro, pensato e realizzato con cura partecipe e avvertibile attenzione per chi avrebbe dovuto viverci – per rendersi conto di quanto l’immagine totalmente automatica sia in debito con la soggettività dello sguardo di chi ha prelevato quelle immagini.
La prima volta che ho scritto di Teresa Barberio è stato per una sua immagine “pornografica”, il primo piano della copula fra due mosche, che può non apparire peccaminosa, perché questo è in sostanza l’attributo sinonimo di pornografico, solo in quanto agli insetti, a queste forme di vita ritenute inferiori non è riconosciuta la libera scelta delle loro azioni, sostituita dalla “condanna” a eseguire un programma predefinito: che sarebbe anche il destino da Vilém Flusser, un autore che Ando Gilardi non amava, riconosciuto all’apparecchio fotografico nel suo saggio Per una filosofia della fotografia ( Agorà Editrice 1987, rieditato recentemente da Bruno Mondadori ).
Voglio dire che quella fotografia “provocatoria” era un’immagine scientifica, come solo sa esserlo la fotografia, della realtà, che è quanto l’immagine ottica sa registrare.
Poi, però – e qui sopravvive l’originaria magia delle immagini che anche quella in assoluto più razionale non è stata capace di azzerare, e che non ha mai smesso di ammaliare Ando Gilardi come chi è sensibile al fascino del silenzio iconico – accanto alle fotografie appese alla parete dell’ufficio, che documentano concretamente la traduzione nella realtà dei progetti pensati e tracciati su un monitor o sulla carta, l’insopprimibile esigenza poetica, che già traspariva con evidenza nelle bellissime immagini di “Box office”, sembra definitivamente burlarsi dell’intima vocazione dell’immagine ottica e Teresa Barberio ci regala, insieme alla silente poesia della neve, delle altrettanto affascinanti immagini lacustri e marine che si è tentati di definire “metafotografiche”, per il paradossale, e quindi umano, desiderio, che credo pienamente soddisfatto, di prelevare otticamente immagini utopiche e atemporali: cioè prescindendo, in apparenza, dal luogo e dal tempo, gli ingredienti indispensabili, insieme alla luce, all’insaziabile “immagine” che il mio amico iconologo aveva giustamente definito «copernicana».
Nell’immagine:
Fotografia di Teresa Barberio, pubblicata su WE DO THE REST il 27 gennaio 2015.
Per la serie Box office si veda: https://www.facebook.com/teresa.barberio.5/media_set?set=a.10152817877225345.1073741905.557625344&type=1&pnref=story
( 27 marzo 2015 )

Il fascino del silenzio iconico, 8767, Teresa Barberio

 

Il nome delle cose.
( Cartoline a Ponzone )

Una giornalista di Radio Popolare ci teneva, tempo fa, a precisare che il suo cognome era Ghidini, con la “i”, per far sapere ai radioascoltatori che non solo non aveva alcun rapporto con Niccolò Ghedini, ma anche che il cognome era solo simile: le stava particolarmente a cuore prendere le distanze dall’Azzeccagarbugli di Silvio Berlusconi, per il quale l’avvocato, divenuto provvisoriamente linguista, aveva inventato uno splendido quanto ipocrita neologismo, «utilizzatore finale», per evitare di usare il vecchio, spregiativo, “puttaniere”.
Prima che si imponesse la parola “fotografia”, erano stati inventati numerosi, e più o meno fantasiosi, sinonimi per indicare l’icona che, escludendo l’intervento manuale, era prodotta, anche se con procedimenti diversi, automaticamente dalla luce.
Quei nomi diversi non servivano, però – a differenza della stupida perifrasi utilizzata dal principe del foro lautamente remunerato dal suo ricco cliente, e, purtroppo, grazie a lui, anche dai contribuenti italiani, per nascondere sotto quel misero tappetino linguistico le debolezze del suo assistito – a nascondere la verità: indicavano tutti, indistintamente, una tecnica iconica rivoluzionaria capace non solo di riprodurre fedelmente la realtà visibile, ma anche dare un enorme contributo per sconfessare tante menzogne “manuali” e illusioni metafisiche.
Nell’immagine:
Un graffito di Banksy, 2005 circa.
( da www.seesound.it )
Per il grande writer britannico che, in un tempo in cui l’importante sembra essere l’apparire nei mass media, ama l’anonimato e non si lascia fotografare, il graffito è «una delle forme d’arte più oneste che ci siano. Non c’è elitarismo né ostentazione, si espone sui migliori muri che una città abbia da offrire e nessuno è dissuaso dal costo del biglietto. I muri sono sempre stati il luogo migliore dove pubblicare i lavori. Gli amministratori delle nostre città non capiscono i graffiti perché per loro se una cosa non dà profitto non ha diritto di esistere, e questo toglie qualsiasi valore alla loro opinione». (seesound.it/arte/sguardo-dartista-banksy-la-poesia-di-un-graffito-sul-muro-28199.html )
( 25 marzo 2015 )

Il nome delle cose, 8898, Banksy, cameriera muro

 

Giocando con le immagini.
( Cartoline a Ponzone )

Se l’uomo ha avuto il coraggio – come ho ricordato in Un ordine disatteso, la Cartolina pubblicata il 15 febbraio 2015 – di violare l’ordine, ritenuto divino, di produrre immagini di qualsiasi essere vivente, non dovrà sorprendere più di tanto che non si faccia scrupolo di rispettare le leggi fondamentali socialmente decise, cui tutte le altre dovrebbero conformarsi: quelle sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana. La fotografia di una città bombardata da “poliziotti internazionali”, al di là di qualsivoglia didascalia si abbia la faccia tosta di accostarle, resta sufficientemente eloquente: almeno quel tanto per ricordare a politicanti “analfabeti” il chiaro dettato costituzionale violato con meschini giochetti di parole.
Ando Gilardi era fermamente convinto del potenziale didattico delle immagini, a condizione, ovviamente, che i docenti fossero stati educati a conoscerle, per poterle usare correttamente. Di fronte a questa evidente violazione del dettato costituzionale, avrebbe probabilmente proposto di accostare le fotografie di due città bombardate, una nel corso di una guerra, l’altra durante un’operazione di “polizia internazionale”, e avrebbe chiesto alle allieve e agli allievi di individuare la differenza: avrebbe così denunciato lo squallido quanto illegale gioco di parole, giocando istruttivamente con le immagini.
Nell’immagine:
Le conseguenze di una operazione di “polizia nazionale”: una via di Londra dopo il bombardamento della Luftwaffe, 29 dicembre 1940.
( da http://www.forces-war-records.co.uk )
( 26 marzo 2015 )

8909, Londra bombardamento

Una curiosa anomalia.
( Cartoline a Ponzone )

Mentre cercavo nello stradario milanese Via Bezzecca, dove, nella sede del Circolo Fotografico Milanese, dopo cena, il 2 marzo 2015, Fulvio Bortolozzo avrebbe presentato Questo Paese, mi è venuto di pensare a una curiosa anomalia iconica.
Quando ero un giovane fotografo, ho frequentato per un anno, al giovedì sera, il Club Fotografico Genovese, che era ospitato, se ricordo bene, all’ultimo piano di Palazzo Rosso, in Corso Garibaldi, nella sede del Centre Culturel Français. Allora, mi sembrava una cosa del tutto normale incontrare dei fotografi per scambiare informazioni sugli strumenti utilizzati, le tecniche, vedere e mostrare fotografie. Ma, oggi, il fatto che non esistesse, per dire, un Club Acquarellistico Genovese, mi dà da pensare, nel senso che mi obbliga a riflettere sulla ragione che è all’origine di queste associazioni, sconosciute ai seguaci delle precedenti tecniche di produzione iconica.
La prima spiegazione di questa anomalia può essere individuata nella differenza esistente fra gli strumenti necessari per produrre immagini manuali, enormemente più semplici, e quelli per prelevare immagini automatiche: differenza che è all’origine di industrie – che hanno fatto, insieme a «the rest», «i miliardi», come aveva chiosato Ando Gilardi quel vecchio slogan della Kodak – responsabili di avere smisuratamente incentivato, in questo sostenute “culturalmente” da innumerevoli periodici lautamente foraggiati dalla pubblicità industriale, il consumo di apparecchiature fotografiche e materiali per lo sviluppo e la “stampa” delle immagini.
La seconda spiegazione di quell’anomalia è rinvenibile nella progressiva facilità di prelevare immagini totalmente automatiche, che, in cambio di uno sforzo minimo, ha regalato a tutti, anche a chi aveva difficoltà nel riprodurre manualmente la realtà o disegnare altri tipi di immagini, un’illusoria patente di artista.
Di questo fantastico mondo iconico Ando Gilardi è stato senza dubbio il più “spietato” dissacratore. Si era inventato anche una storiella, che ci aveva raccontato in una “Phototeca”, ambientata nella vetrina di un fotografo, in cui avrebbe fatto mostra di sé l’ingrandimento di un giovane nudo, con il pisello in bella vista, il tutto didascalizzato con un altro slogan della multinazionale statunitense: «È bello sapere che c’è».
Così, tanto per ricordare che nella vita c’è qualcos’altro oltre agli interessi degli industriali.
Nell’immagine:
Una “vetrina” di 35.000 anni fa: fra le stupende immagini di alcune leonesse è stata dipinta quella che è probabilmente la più antica rappresentazione di una vulva.
Grotta Chauvet, 35.000 a.C.
Francia, presso Vallon-Pont-d’Arc, nell’Ardèche (regione Rhône-Alpes).
( da www.counter-currents.com )
( 24 marzo 2015 )

8840, Vulva, Chauvet

 

Il giogo della fotografia.
( Cartoline a Ponzone )

Che il giogo, le due lance piantate in terra e unite da un’altra posta orizzontalmente, fosse una sorta di gogna inventata dai romani per costringere i superstiti nemici vinti a umiliarsi, inchinandosi per passarvi sotto, l’avevo appreso tanti anni fa da un’immagine di un libro di testo della scuola elementare. Che l’arco di trionfo, costruito all’indomani della vittoria in legno per essere poi sostituito, a durevole memoria, dal marmo, fosse l’evoluzione architettonica del primitivo giogo l’ho scoperto poco tempo fa, leggendo un interessante saggio di Roy Doliner, Il disegno segreto. I messaggi della Kabbalah nascosti nei capolavori dell’arte italiana ( Rizzoli 2012 ), nel quale l’autore ci porta in giro per l’Italia insegnandoci a leggere i messaggi nascosti da artisti che bene conoscevano l’antica dottrina di vita ebraica, che tanti credono, erroneamente, si occupi di segreti futuri e poteri celati nei numeri.
Sebbene in maniera meno vistosa, anche tutte le immagini manuali sono dovute “passare sotto il giogo” di quella fotografica. L’ultima tecnica iconica, aveva fatto notare Ando Gilardi anni fa, sa riprodurre tutte le immagini realizzate con le tecniche precedenti ed è capace di fare “qualcosa” in più: quel “qualcosa” è la cifra rivoluzionaria della fotografia, che ha saputo produrre un’icona di una fedeltà prima inimmaginabile, come, riproducendole fedelmente, obbligare tutte le immagini manuali e semimanuali a “passare sotto il suo giogo”, così rendendo evidente l’enorme superiorità tecnica e sociale dell’immagine “dipinta” dalla luce.
Nell’immagine:
Roma, Arco di Tito, particolare, 90 circa.
Fotografia di A. Hunter Wright, 2005.
( da Wikipedia )
Gli scultori hanno inciso nel marmo il simbolo della vittoria sui giudei ribelli: la menorah, il candelabro d’oro a sette bracci, che era conservata nel Tempio di Gerusalemme distrutto dai soldati di Tito. Sui cartigli dovrebbe leggersi il nome di chi ha svolto lo sporco lavoro di soffocare l’insurrezione dei colonizzati: X Legio Fretensis“( la Legione Decima dello Stretto di Messina ), il cui simbolo, un cinghiale, era dagli ebrei “letto”, con profondo disprezzo, come un maiale.
( 23 marzo 2015 )

3961, Arco di Tito, Detail_from_Arch_of_Titus

 

Sognatori “marxisti”.
( Cartoline a Ponzone )

Ne avevo disegnato uno schizzo col pennarello, di quel sogno, su una piastrella del bagno accanto a quella su cui avevo scritto l’aforisma di un nouveau philosophe che non ero sicuro di avere capito del tutto, nella speranza che qualche ospite potesse spiegarmelo: due Sirene, come le avevano immaginate i greci prima che diventassero creature marine, due uccelli con testa umana che volavano cabrando nel cielo, Alfonso davanti e io dietro, come nella scena che mi era apparsa nel sogno. Al risveglio ero emozionato per l’incredibile e stupenda esperienza del volo, e stupito, dal momento che era così facile e naturale, di non avere volato prima. Negli anni Settanta succedeva di volare: alcuni cantautori ce l’avevano anche detto nelle loro canzoni.
Nell’introduzione a L’interpretazione dei sogni, Sigmund Freud ci ricorda che da millenni gli uomini hanno cercato di leggere il futuro nei sogni. Il grande ebreo viennese cercherà, invece, di leggere in quella seconda vita notturna, dionisiaca, quanto siamo riluttanti a dirci nella solare, apollinea, vita diurna.
I Senoi, una popolazione “primitiva” che vive nella giungla malese, incontrata nel 1935 dall’antropologo americano Kilton Stewart ( si veda Morton Schatzman, Sogni e politica, in Sessualità e politica. Documenti del Congresso Internazionale di psicanalisi, Milano, 25-28 novembre 1975, Feltrinelli 1976, p. 138 sgg. ), danno un’enorme importanza ai sogni, che si raccontano al mattino, ma il loro atteggiamento nei confronti del materiale onirico è molto diverso da quello che si è affermato nella cultura mediorientale e occidentale, perché il loro interesse non è di interpretare i sogni, ma di cambiarli: se una tigre, in un incubo, ha inseguito un figlio nella foresta, invece di domandarsi chi o che cosa possa rappresentare quell’animale, insegnano al figlio di fermarsi, nel prossimo incubo simile, e di affrontarla senza paura.
Che è la sola cosa che può fare, nei confronti della realtà, chi fotografa, chi usa un apparecchio incapace di visualizzare i sogni e gli incubi notturni. Se c’è infatti un soggetto davanti al quale l’immagine manuale si sente una regina mentre quella fotografica incontra non poche difficoltà quello è senz’altro il sogno. Tutte le immagini mentali della nostra seconda vita notturna, perché di quelle sono sostanzialmente fatte le esperienze oniriche, a causa della loro natura ibrida – le esperienze reali diurne nottetempo fantasticamente rielaborate – obbligano quasi sempre il fotografo che intenda visualizzarle a una scelta egualmente ibrida, cioè un’immagine sia manuale che automatica ( si pensi, per esempio, alle suggestive fotografie del passato sognate da Paolo Ventura ) o a un’immagine che nasce dalla fusione di più immagini fotografiche ( di cui Diego Mazzei ci ha regalato degli splendidi esempi ).
Quel mio amico che, grazie anche a un fiasco di Chianti e a una pastasciutta affogata nel sugo, mi aveva suggerito che, nonostante tutto, non si doveva rinunciare a volare, non c’è più: l’ultimo saggio di Revisioni, cui sto lavorando, l’ho scritto anche pensando a lui, e anche a lui è, con affetto simpatia e riconoscenza, dedicato.
Nell’immagine:
Odisseo e le Sirene. Vaso attico a figure rosse proveniente da Vulci, fine del V sec. a. C.
Fotografia di Jastrow, 2007.
( da wikimedia.org )
( 22 marzo 2015 )

8886,-Odisseo-e-le-Sirene,-

Esami.
( Cartoline a Ponzone )

Ogni tanto mi capita, fortunatamente di rado, di sognare di essere interrogato nel corso di un esame. Sono sogni pesanti, sudati, dovuti a sgradite lontane esperienze, che ho cercato di risparmiare, per quanto mi era legalmente possibile, alle mie allieve e ai miei allievi, convinto che il lavoro per cui ero pagato fosse di incuriosirli, fornire degli strumenti di conoscenza della realtà, e le immagini sono state uno strumento che ho fortemente privilegiato, e ragionare insieme sul valore della vita associata.
Nell’ultimo sogno sull’antipatico argomento, o meglio nell’ultimo incubo, la situazione era ulteriormente aggravata e resa insopportabile dal fatto che ero seduto davanti a una commissione d’esame che mi stava interrogando su un tema che non ricordavo. Cerco di spiegarmi meglio: non è che non ricordassi qualcosa sull’argomento di quell’esame, è che proprio non ricordavo per essere esaminato su che cosa mi trovavo seduto lì.
Mi capita anche quando sono sveglio, per fortuna di rado, di ricordare alcuni esami che ho sostenuto, e talvolta di immaginare quale sarebbe l’esito, se mi presentassi oggi per essere interrogato sugli argomenti che sono oggetto di queste “cartoline”. Penso che le probabilità di essere bocciato non sarebbero scarse, ma questa eventualità, invece di angosciarmi, mi diverte piacevolmente. Perché mi ricorda la magica atmosfera delle chiacchierate con Ando Gilardi nella sede della Fototeca Storica Nazionale, dove, anche fisicamente, ho provato la certezza che la realtà del complesso universo iconico in cui, spesso inconsapevolmente, viviamo era ben diversa da quella che ci era in genere presentata dagli “addetti ai lavori”: gli stessi che, con mia intima e profonda soddisfazione, mi avrebbero senz’altro bocciato.
Nell’immagine:
Frontespizio del capitolo Se rinasco, faccio l’idraulico, dal terzo volume di Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicati a Ando Gilardi: Nello Rossi, Il bosco incantato, Lost Dreams Editions 2008.
Pubblicità per Apple, quando il “Ministero” si chiamava ancora “della Pubblica Istruzione”.
( da la Repubblica del 12 luglio 1997 )
Il saggio, la cui lettura e visione sono vivamente sconsigliate a chi non ama il tema che Sigmund Freud definiva «sconveniente», è scaricabile gratuitamente dal sito www.lostdreamseditions.it.
( 21 marzo 2015 )

8635, schermata Se rinasco, faccio l'idraulico

 

Troppo vicino.
( Cartoline a Ponzone )

Per fare una buona fotografia, diceva Robert Capa, bisogna essere vicino al soggetto: e lui pensava, dicendo queste parole, alle fotografie di guerra.
È per la stessa ragione che la notte di Natale del 1914 fece così paura ai comandanti degli eserciti che si combattevano in una estenuante guerra di posizione. In quella tregua decisa dai soldati che, usciti dalle trincee, si erano incontrati e avevano scambiato piccoli doni nella terra di nessuno, l’intervallo fra le trincee, i generali avevano visto un pericolo enorme, la scontata scoperta che il “nemico” non era il mostro disegnato dalla propaganda bellica, ma un uomo, con i suoi affetti, le sue paure, le sue speranze, le lettere e le fotografie dei suoi cari nel portafoglio.
Quella tregua autodecisa dal basso, prontamente repressa dai comandi degli eserciti, e non casualmente assente nei libri di testo delle scuole, aveva tutta l’aria di essere, per dirla con il grande fotografo ebreo che sarebbe morto per una mina antiuomo in Indocina, una fotografia ripresa da troppo vicino, venuta troppo bene: e insopportabilmente vera.
Ci sono voluti parecchi anni prima che le immagini cinematografiche di fiction – prelevate da registi del calibro di Stanley Kubrick ( “Orizzonti di gloria“, “Paths of Glory“, Usa 1957, di cui, per anni, in Francia sarà vietata la proiezione ), Mario Monicelli ( “La grande guerra“, Italia/Francia 1959 ), Francesco Rosi ( “Uomini contro“, Italia/Yugoslavia 1970 ) e Ermanno Olmi ( “Torneranno i prati“, Italia 2014 ) – sbugiardassero le false retoriche immagini manuali, in buona parte responsabili dell’affermazione dell’ideologia fascista.
Nell’immagine:
Soldati tedeschi e britannici fotografati durante la tregua del Natale del 1914.
Pagina del quotidiano “The Daily Mirror”.
( da www.ilritaglio.it )
( 19 marzo 2015 )

Troppo vicino, 8881, Prima guerra mondiale, notte natale 1914