L’immagine “spremuta”.
( Cartoline a Ponzone )

Il testo e l’immagine di questo post sono tratti da “Lo sciuscià di Daguerre e la finestra di Talbot ( In ricordo di Ando Gilardi, “eretico” della fotografia ), un capitolo di “Apologia di Plotino” ( Lost Dreams Editions, in preparazione) il sesto volume di “Revisioni”, i saggi iconologici sulle immagini della fertilità dedicati a Ando Gilardi.
«Mi è sempre piaciuto, fino da quando ero bambino, “spremere” le immagini, osservarle cioè con attenzione per cercare di tirare fuori tutto il succo che possono contenere. E sono convinto, oggi, che il significato principale di un’immagine, ( o meglio i significati che le si possono arbitrariamente attribuire, come mi ha insegnato Ando Gilardi una fredda sera di inverno di tanti anni fa in una scuola della periferia milanese che avevo deciso di raggiungere, invece di rincoglionire in poltrona davanti al televisore, attratto irresistibilmente dal titolo dell’argomento che avrebbe trattato: “Meglio ladro che fotografo” ) derivi anche dagli elementi secondari da cui è composta.
Questo vale, ovviamente, soprattutto per le immagini manuali, dove ogni particolare è stato incluso intenzionalmente da chi le ha realizzate. Per quelle totalmente automatiche bisogna fare una distinzione: fra quelle che sono state “costruite” dietro la regia del fotografo e le cosiddette istantanee, cioè quelle prelevate dalla realtà senza alcuna “messa in posa”, che comunque non sono, anche nel caso in cui la fotografia sia stata presa all’insaputa del soggetto, totalmente estrannee a una qualche forma di regia: fra questi due estremi c’è un’ampia gamma di sfumature.
Quando frequentavo le scuole elementari, avevo già messo a frutto questa tecnica di “spremitura” per guadagnarmi il superfluo. Sprovvisto di qualsiasi paghetta genitoriale, mi procuravo merendine, razzetti, fulminanti, figurine e altri piccoli deliziosi oggetti, raccontando ai compagni, nel dopopranzo di pomeriggi piovosi, storie che mi inventavo di sana pianta.

Di vero c’era il titolo e l’immagine di copertina del libro ispiratore: ricordo ancora, anche se ho dimenticato la “trama”, di avere raccontato “Cartagine in fiamme” di Emilio Salgari, senza averne letto un solo rigo ( da grande avrei scoperto che anche lo sfortunato scrittore non aveva mai visto i luoghi esotici descritti nei suoi romanzi ). Mia madre si era giustamente preoccupata per quei miei piccoli beni e, non fidandosi della mia spiegazione, aveva voluto parlare con il fratello cristiano che si occupava della mia educazione, e fratello Aurelio, che talvolta assisteva alle mie narrazioni pomeridiane, ne aveva confermata la legittima provenienza.
Ma veniamo all’immagine riprodotta nella pagina precedente. Gilardi è stato ritratto nel suo studio a Ponzone, uno studio che ho visitato, in fotografia, decine di volte. Nello squarcio della finestra alle sue spalle si vede una fotografia che conosco bene: gliel’ha fatta una «bella ragazza» di Serravalle all’indomani della fine della guerra di Liberazione. Nella parete accanto, una fotografia insieme ai compagni di classe quando frequentava le elementari. Dovunque oggetti sparsi in un disordine che incuriosisce: una stella cometa di brillantini, rosari, libri. Sullo schermo del computer una pagina del saggio sulla rappresentazione del sesso della donna che gli avevo inviato perché potesse scriverne la nota introduttiva, la custodia è sul tavolo alla sua sinistra. Sulla tastiera un foglietto, per segnare forse qualche appunto che su un libro cartaceo avrebbe scritto a margine con la matita. Un ultimo, ma, secondo chi scrive, più significativo particolare: il computer è stato spostato per permettere che la fotografia registrasse anche l’immagine che Gilardi stava guardando. È ovviamente impossibile stabilire se sia stato lui a muoverlo o l’abbia fatto dietro richiesta del fotografo: quello che conta è che anche con questa immagine l’ “eretico della fotografia” abbia voluto riconfermare la sua guerra contro l’ “ortodossia iconica” sostenuta con coerenza e fermezza da quando il Maestro ha deciso di occuparsi di quanto sapeva testimoniare l’immagine totalmente automatica».
Nell’immagine:
Ando Gilardi nel suo studio a Ponzone, 2011.
( da www.clickblog.it/galleria/intervista-ando-gilardi-della-fototeca-storica-nazionale )
Chi legge ci faccia caso: l’immagine che Ando Gilardi stava guardando sul monitor del computer è una moderna declinazione, totalmente automatica, dello stesso soggetto pubblicato nei due post precedenti. È cambiato il materiale e la tecnica di produzione, ma soprattutto è cambiato il supporto iconico, grazie al quale l’immagine della donna che mostra il sesso assume una valenza semantica diametralmente opposta: ed è questo a mio avviso, lo ripeto, uno dei principali insegnamenti del “fotografo” di Arquata Scrivia.
( 13 marzo 2015 )

3584, Ando Gilardi studio Ponzone,copia lavoro