Una curiosa anomalia.
( Cartoline a Ponzone )

Mentre cercavo nello stradario milanese Via Bezzecca, dove, nella sede del Circolo Fotografico Milanese, dopo cena, il 2 marzo 2015, Fulvio Bortolozzo avrebbe presentato Questo Paese, mi è venuto di pensare a una curiosa anomalia iconica.
Quando ero un giovane fotografo, ho frequentato per un anno, al giovedì sera, il Club Fotografico Genovese, che era ospitato, se ricordo bene, all’ultimo piano di Palazzo Rosso, in Corso Garibaldi, nella sede del Centre Culturel Français. Allora, mi sembrava una cosa del tutto normale incontrare dei fotografi per scambiare informazioni sugli strumenti utilizzati, le tecniche, vedere e mostrare fotografie. Ma, oggi, il fatto che non esistesse, per dire, un Club Acquarellistico Genovese, mi dà da pensare, nel senso che mi obbliga a riflettere sulla ragione che è all’origine di queste associazioni, sconosciute ai seguaci delle precedenti tecniche di produzione iconica.
La prima spiegazione di questa anomalia può essere individuata nella differenza esistente fra gli strumenti necessari per produrre immagini manuali, enormemente più semplici, e quelli per prelevare immagini automatiche: differenza che è all’origine di industrie – che hanno fatto, insieme a «the rest», «i miliardi», come aveva chiosato Ando Gilardi quel vecchio slogan della Kodak – responsabili di avere smisuratamente incentivato, in questo sostenute “culturalmente” da innumerevoli periodici lautamente foraggiati dalla pubblicità industriale, il consumo di apparecchiature fotografiche e materiali per lo sviluppo e la “stampa” delle immagini.
La seconda spiegazione di quell’anomalia è rinvenibile nella progressiva facilità di prelevare immagini totalmente automatiche, che, in cambio di uno sforzo minimo, ha regalato a tutti, anche a chi aveva difficoltà nel riprodurre manualmente la realtà o disegnare altri tipi di immagini, un’illusoria patente di artista.
Di questo fantastico mondo iconico Ando Gilardi è stato senza dubbio il più “spietato” dissacratore. Si era inventato anche una storiella, che ci aveva raccontato in una “Phototeca”, ambientata nella vetrina di un fotografo, in cui avrebbe fatto mostra di sé l’ingrandimento di un giovane nudo, con il pisello in bella vista, il tutto didascalizzato con un altro slogan della multinazionale statunitense: «È bello sapere che c’è».
Così, tanto per ricordare che nella vita c’è qualcos’altro oltre agli interessi degli industriali.
Nell’immagine:
Una “vetrina” di 35.000 anni fa: fra le stupende immagini di alcune leonesse è stata dipinta quella che è probabilmente la più antica rappresentazione di una vulva.
Grotta Chauvet, 35.000 a.C.
Francia, presso Vallon-Pont-d’Arc, nell’Ardèche (regione Rhône-Alpes).
( da www.counter-currents.com )
( 24 marzo 2015 )

8840, Vulva, Chauvet