Il fascino del silenzio iconico.
( Cartoline a Ponzone )

È sufficiente guardare o rivedere con attenzione Box office – la breve serie di fotografie da Teresa Barberio dedicata con nostalgia all’effimero ambiente di lavoro, pensato e realizzato con cura partecipe e avvertibile attenzione per chi avrebbe dovuto viverci – per rendersi conto di quanto l’immagine totalmente automatica sia in debito con la soggettività dello sguardo di chi ha prelevato quelle immagini.
La prima volta che ho scritto di Teresa Barberio è stato per una sua immagine “pornografica”, il primo piano della copula fra due mosche, che può non apparire peccaminosa, perché questo è in sostanza l’attributo sinonimo di pornografico, solo in quanto agli insetti, a queste forme di vita ritenute inferiori non è riconosciuta la libera scelta delle loro azioni, sostituita dalla “condanna” a eseguire un programma predefinito: che sarebbe anche il destino da Vilém Flusser, un autore che Ando Gilardi non amava, riconosciuto all’apparecchio fotografico nel suo saggio Per una filosofia della fotografia ( Agorà Editrice 1987, rieditato recentemente da Bruno Mondadori ).
Voglio dire che quella fotografia “provocatoria” era un’immagine scientifica, come solo sa esserlo la fotografia, della realtà, che è quanto l’immagine ottica sa registrare.
Poi, però – e qui sopravvive l’originaria magia delle immagini che anche quella in assoluto più razionale non è stata capace di azzerare, e che non ha mai smesso di ammaliare Ando Gilardi come chi è sensibile al fascino del silenzio iconico – accanto alle fotografie appese alla parete dell’ufficio, che documentano concretamente la traduzione nella realtà dei progetti pensati e tracciati su un monitor o sulla carta, l’insopprimibile esigenza poetica, che già traspariva con evidenza nelle bellissime immagini di “Box office”, sembra definitivamente burlarsi dell’intima vocazione dell’immagine ottica e Teresa Barberio ci regala, insieme alla silente poesia della neve, delle altrettanto affascinanti immagini lacustri e marine che si è tentati di definire “metafotografiche”, per il paradossale, e quindi umano, desiderio, che credo pienamente soddisfatto, di prelevare otticamente immagini utopiche e atemporali: cioè prescindendo, in apparenza, dal luogo e dal tempo, gli ingredienti indispensabili, insieme alla luce, all’insaziabile “immagine” che il mio amico iconologo aveva giustamente definito «copernicana».
Nell’immagine:
Fotografia di Teresa Barberio, pubblicata su WE DO THE REST il 27 gennaio 2015.
Per la serie Box office si veda: https://www.facebook.com/teresa.barberio.5/media_set?set=a.10152817877225345.1073741905.557625344&type=1&pnref=story
( 27 marzo 2015 )

Il fascino del silenzio iconico, 8767, Teresa Barberio