«You press the button».
( Cartoline a Ponzone )

Da tempo sono fermamente convinto che, se, prima di premere il pulsante dell’otturatore, chi fotografa è consapevole dei precedenti quarantamila anni di storia iconica, l’immagine ottica prelevata dalla realtà sarà “diversa”: non tanto nei risultati fenomenici, sebbene anche quelli non possano non essere influenzati dalla cultura di chi fotografa, quanto nella percezione mentale che avrà di quella immagine chi l’ha prelevata.
Per essere davvero compresa, la storia iconica non può essere separata da quella dell’umanità, anche se il sistema scolastico si è dato non poco da fare per dividere il sapere in discipline, facendo sì che il quadro di insieme risultasse invisibile.
Se si accetta questa premessa, cesserà di apparire paradossale, o perlomeno fuori luogo, l’invito, suggerito da Ando Gilardi a chi fotografava, di leggere un insolito “manuale fotografico”: Minima moralia, un saggio scritto da Theodor Wiesengrund  Adorno nel 1947 e pubblicato da Einaudi nel 1954. Perché, se è vero che la fotografia si nutre della realtà, è altrettanto vero che lo sguardo di chi fotografa deve essere in grado di vederla davvero.
Per quanto mi riguarda, sono perfettamente consapevole che Il bosco incantato. Appunti per una morfologia della pornofiaba, il saggio sulla rappresentazione della sessualità e sul lavoro, che Ando Gilardi, cui è dedicato, aveva definito «il punto più alto raggiunto, la perfezione, di quello che prima dicevo: una sublime raccolta di immagini oggetto e soggetto del desiderio più acuto e profondo di tutti» ( dalla recensione in “PC PHOTO & mobile phone”, novembre 2009 ), è stato in buona parte ispirato anche da un altro “manuale”, scritto ancora da Adorno insieme a Max Horkheimer, sempre nel 1947: “Dialettica dell’illuminismo ( Einaudi 1966 ).
Un giorno, fermi a un semaforo, Ando Gilardi aveva confidato a Gianni Scaburri, un comune amico, che in fondo, per lui, parlare di fotografia era un «pretesto per parlare d’altro». E per un vero fotografo e un serio iconologo non potrebbe essere diversamente, se non si vuole che la riflessione sull’immagine – uno degli strumenti più potenti inventati dall’uomo per suggerire evocare e dare l’illusione, soprattutto con quella totalmente automatica, di fermare lo scorrere del tempo – diventi una sterile tautologia, o, peggio, un affascinante pretesto per nascondere la realtà.
Nell’immagine:
Pubblicità per la prima Kodak Camera, 1889.
( da www.guim.co.uk )
( 28 marzo 2015 )

8903,The-first-Kodak-camera