Archivio per il mese di: marzo, 2015

Con le forbici.
( Cartoline a Ponzone )

In fondo, la soluzione del problema, come era solito dire un operaio conosciuto negli anni Settanta, quando lavoravo nei “Corsi 150 ore”, «è a monte». Anche se la sostanza del problema, che, in questi anni di squallide scelte politiche, si è, volendo usare una terminologia fotografica, sempre più sfocata, è piuttosto semplice: si tratta di scegliere da che parte stare, facendo finta che lo stronzo che ha inventato la parola “bipartisan” non sia mai esistito. Che è quanto hanno fatto – leggendo il Vangelo, componendo canzoni, prelevando immagini ottiche dalla realtà – un «prete di strada», un poeta sincero e un «fotografo scalzo»: tutti e tre accomunati anche dall’avere amato profondamente Genova.
Sto pensando a Don Andrea Gallo – l’insolita qualifica è incisa sulla targa stradale che gli è stata recentemente dedicata – a Fabrizio De André, e a Ando Gilardi, che, riferendosi al suo lavoro fotografico degli anni Cinquanta nel Sud d’Italia, amava definirsi, «forse con un pizzico di civetteria ma certo anche con malcelato orgoglio, un ‘fotografo scalzo’, come, nella Cina di Mao Tse Tung, qualche anno dopo, si definirono ‘medici scalzi’ quelli che andavano in campagna, con una borsa povera di attrezzi, a curare slogature e ferite da lavoro, raffreddori e febbri maligne. Medici ‘condotti’, compresi della difficoltà di vivere e di lavorare, complici dei loro pazienti perché, alla fin fine, si trovavano, ‘scalzi’, ad affrontare la stessa durezza di vita. Ando Gilardi come ‘fotografo condotto’ quindi, catapultato nelle realtà dure e difficili di un paese uscito in ginocchio dalla guerra, ‘fotografo condotto’ come testimone e documentarista, ma anche partecipe e ‘complice’ delle condizioni di vita che andava fotografando» ( da http://sdz.aiap.it/notizie/11584 ).
Ma questi tre “genovesi”, di nascita o di elezione, sono soprattutto avvicinati dall’avere ritagliato una parte della realtà per farne l’oggetto del proprio interesse: quella di chi ha perso, di chi non ha storia, se non quella falsa o reticente scritta e illustrata dai servi dei vincitori.
Per diventare «prete di strada», Don Andrea Gallo ha dovuto ritagliare solo le pagine delle Scritture consoni alla “sua” religione, che gli imponeva la gioia di farsi fotografare con le prostitute e i viados, le stesse “donne di strada” cantate – insieme ai personaggi del Vangeli apocrifi, i testi che sono stati tagliati perché ritenuti indegni di fede – da Fabrizio De André con amore riconoscente.
Come è stata, insieme alla condivisione di solo alcune pagine dei testi della religione dei suoi antenati, la scelta di cosa o meglio di chi fotografare, e di come studiare le immagini, che ha fatto di Ando Gilardi, per tutto il tempo della sua lunga vita, un «fotografo scalzo»: cioè scegliendo quale realtà ritagliare nel mirino del suo apparecchio fotografico, come scegliendo di studiare le immagini ottiche della fertilità, della sessualità che Don Andrea Gallo, pur astenendosene, avendola tagliata via dalla sua vita in obbedienza alla fede in cui era nato, riconosceva, come Fabrizio De André, anche nelle forme più disprezzate dal perbenismo borghese e religioso.
Nell’immagine:
Il 18 luglio 2014 è stata intitolata a Don Andrea Gallo la piazza più grande dell’area del Ghetto di Prè, racchiusa tra via Lomellini e via delle Fontane.
( da “Il Secolo XIX”, Facebook 19 luglio 2014 )
( 5 marzo 2015 )

Con le forbici, 8052, Don Gallo, targa stradale

Segni “collaterali”.
( Cartoline a Ponzone )

È noto che gli sporcaccioni ipocriti chiamano “effetti collaterali” le impreviste vittime civili dei bombardamenti che non si vergognano di definire “intelligenti”. Sono, queste, spiegazioni di una vergognosa realtà che si sforzano, ad uso degli stupidi e di ecolalici ignoranti, di coprire con una coperta troppo corta.
Chi fotografa seriamente è perfettamente consapevole che l’immagine più intelligente scoperta dall’uomo deve spesso fare i conti con dei, chiamiamoli così, segni “collaterali”, imprevisti, indesiderati, di cui non ci si è accorti quando l’immagine è stata prelevata o che era impossibile escludere dall’inquadratura: si pensi a una telecamera appoggiata su una roccia, la cui cancellazione era costata a un fotografo un contratto di lavoro, o ai cavi elettrici che fanno dannare chi fotografa le architetture urbane.
A questi comunissimi segni indesiderati, talvolta sfruttati ad arte – si veda, per esempio, la fotografia di Fulvio Bortolozzo, «dedicata all’amico Efrem Raimondi», pubblicata in Quelli con le idee in movimento …, Facebook, 12 gennaio 2015:
«E poi c’è il mio cielo di Milano.
Che adesso vedo anche da lontano.
Non è lo stesso delle nebbie infantili e del Duomo nero, quando proprio il cielo non c’era.
Sto camminando e me lo godo.
Vedo cavi che lo tirano da tutte le parti, e croci d’acciaio: un groviglio che non so descrivere.
Ma che so fotografare».
( Efrem Raimondi, “Il cielo che c’è”, 12 gennaio 2015, http://blog.efremraimondi.it/il-cielo-che-ce/ ) ; e si veda la fotografia panoramica di Piazza Cordusio a Milano, di Giorgio Giovanni Maria Jano e Pierpaolo Ottaviano pubblicata circa un anno fa in WE DO THE REST, dove i segni “collaterali” sono diventati in parte il soggetto delle immagini – a questi comunissimi segni indesiderati, talvolta sfruttati ad arte, si aggiungono talvolta dei segni “collaterali” devastanti: come il cretino che si sporge per essere illuminato dal flash con cui Weegee preleva l’immagine di un uomo ucciso per strada, coperto dalle pagine di un giornale, o la coppia di tedeschi cretini sorridenti in un fotografia che mostra, la mattina successiva alla “Kristallnacht”, le vetrine di un negozio ebraico infrante dai nazisti.
Ma, talvolta, come nel caso dell’immagine qui riprodotta, i segni “collaterali”, che a prima vista sembrano disturbare, a una visione più attenta possono anche rivelarsi come elementi che permettono una “lettura” della realtà più ricca di quella che il fotografo, fotografando le vetrine distrutte dai nazisti, aveva creduto di documentare.
Nell’immagine:
Vetrine di negozi di ebrei infrante nella Notte dei Cristalli.
Magdeburg, 10 novembre 1938.
Bundesarchiv Bild 146-1970-083-42.
( da www.wikimedia.org )
( 2 marzo 2015 )

Segni collaterali, 8505, Kristallnacht, vetrina, Bundesarchiv_Bild_146-1970-083-42,_Magdeburg,_zerstörtes_jüdisches_Geschäft

 

Fulvio Bortolozzo, «dedicata all’amico Efrem Raimondi», pubblicata in “Quelli con le idee in movimento …”, Facebook, 12 gennaio 2015

8675, Fulvio Bortolozzo, cavi elettrici

 

Giorgio Giovanni Maria Jano e Pierpaolo Ottaviano, Piazza Cordusio, Milano 2013.
L’immagine, pubblicata nel libro Piero Ottaviano e Giorgio Jano, “Torino Milano ( cinquanta fotografie senza mirino )”, Musumeci Editore 2014, è stata postata su WE DO THE REST nel 2014.

8687, Giorgio Jano, Piazza Cordusio

 

Nouvelle cuisine.
( Cartoline a Ponzone )

Con la speranza che Mauro Thon Giudici non legga questo post, confesserò che il venerdì, e solo il venerdì, acquisto “la Repubblica”, per leggere, nell’omonimo allegato, il Contromano di Curzio Maltese, gli Indizi visivi di Filippo Ceccarelli, e, ma non sempre, La mia Babele di Corrado Augias e le Questioni di cuore di Natalia Aspesi.
Nel numero uscito in edicola il 13 febbraio 2015, la simpatica giornalista, oltre a occuparsi degli invisibili problemi dell’amore, dedica un articolo alla più visibile “pornografia” soft, quella, per intenderci, che, avendo scelto di alludere più che mostrare, può essere ospitata nelle sale cinematografiche “normali”: Grigio sfumato, ecco perché l’eros al cinema non emoziona più.
Nell’articolo, la giornalista ricorda gli anni in cui le pellicole, firmate da registi italiani di fama internazionale, suscitavano «censure e interventi politici oltre che vescovili», e mi sono ricordato del cardinale Francis Joseph Spellman, che, in una sua omelia del 1957, nella cattedrale di Saint-Patrick, si era scagliato contro Baby Doll, un film da cui era stato profondamente turbato: «Celui qui osera voir ce film, ou encore qui osera lever les yeux sur cette femelle impudique, commetra un péché mortel, car jamais – dans ce pays qui craint Dieu – on n’avait vu quelque chose d’aussi révoltant, dégoûtant, voire immonde» ( citato da Lo Duca, L’érotisme au cinéma, III, Jean-Jacques Pauvert 1964 ); e di una lunga coda, in Via XX settembre, tanti anni fa a Genova, per vedere lo scandaloso film di Bernardo Bertolucci, quell’ Ultimo tango a Parigi ( Italia/Francia 1972 ) che qualche anno dopo avrebbe conosciuto l’onore del rogo laico, film che mostrava, sono parole della Aspesi, «una sodomizzazione del resto praticata dal meraviglioso Marlon Brando, che suscitò il massimo scandalo ma anche molti sospiri non solo femminili».
Sarà, anche se non sono per niente d’accordo: in primo luogo perché la sodomizzazione è solo velatamente suggerita dalle immagini, e poi, e soprattutto, perché il vero scandalo del film, secondo me, risiede nella sessualità “assoluta” dei protagonisti, nel desiderio di volersi conoscere solo sessualmente, traducendo per una volta in realtà una delle innumerevoli fantasie che credo abbiano traversato la mente di tutte e tutti ( quel tipo di fantasia che Erica Jong nel suo Paura di volare, del 1973, aveva definito «scopata senza cerniera» ): il finale tragico è provocato dal protagonista, inconsapevole che la fantasia non può “sporcarsi” con la realtà.
Ma se l’amore non è facile da capire, la sessualità non è certo un gioco da ragazzi, anche se la loro è forse l’età in cui è più piacevole “giocarla”: voglio dire che la giornalista, addentrandosi nel dominio della rappresentazione della sessualità, non mi sembra proprio trovarsi a suo agio come quando scrive di sentimenti, per cui, terminata la lettura sull’ultimo film scandaloso apparso nelle sale, 50 sfumature di grigio, ci si sente come dopo aver gustato un piatto della “nouvelle cuisine”: cioè con la spiacevole sensazione di non avere mangiato.
Se si decide di trattare un argomento «disdicevole», come l’aveva definito Sigmund Freud, credo sia corretto trattarlo con franca onestà, senza girarci intorno: come ci aveva suggerito anni fa Nanni Moretti, quando, essendogli stato chiesto se preferiva l’erotismo o la pornografia, aveva risposto che preferiva «senza dubbio» la seconda.
Nell’immagine:
Indice del sesto volume di “Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicatati a Ando Gilardi”, di prossima pubblicazione: Nello Rossi, Apologia di Plotino. Polisemia della rappresentazione teatrale per eccellenza, ovvero lo spontaneo, subìto o casuale sollevarsi delle vesti femminili, con un intermezzo sulle immagini della Venere stanca e le sue prevedibili declinazioni.
( 1 marzo 2015 )

8627, Indice Apologia di Plotino