Archivio per il mese di: aprile, 2015

Le “eretiche” mute.
( Cartoline a Ponzone )

Una mia collega che insegnava religione, una donna onesta, sincera, che amava i cani, e purtroppo portava un cognome politicamente molto pesante, mi aveva offerto, incredibilmente, la sua amicizia in séguito a un mio intervento nel collegio dei docenti a favore della laicità della scuola pubblica. Ho già scritto di lei da qualche parte, a proposito dei Vangeli che aveva regalato alle colleghe e ai colleghi quando era andata in pensione, e del suo sorriso, accompagnato dalle parole «Lo sapevo che avresti preso questo», quando avevo scelto, nel cesto che li conteneva, quello di Giovanni.
Quel vangelo “gnostico”, rientrato per il rotto della cuffia fra quelli canonici, inizia con delle parole che mi hanno incuriosito da quando ero bambino: «In principio era il Verbo». In una cultura della parola scritta, come quella ebraica, in cui si è creduto che il dio creatore avesse parlato per consegnare ordini alle cose e agli uomini, non stupisce che, secoli dopo, degli ebrei eretici abbiano pensato che all’origine di tutto ci fosse stata la parola.
Alla cultura aniconica degli ebrei il cristianesimo ha affiancato l’ “eretica” immagine ieratica. Solo l’essersene dimenticati ha potuto fare accettare senza alcun problema il diluvio di immagini sacre e le Biblia pauperum, le Bibbie dei poveri, ma in realtà pensate per gli analfabeti, fatte solo di immagini che “spiegavano” gli episodi biblici ritenuti salienti.
Secoli dopo la comparsa di questo incredibile paradosso religioso, nella cultura occidentale, dove l’immagine ha acquisito una rilevanza sociale sempre maggiore, si è reso necessario sostituire alla mitologia ebraica della parola scritta la realtà dei fatti. Perché, stando alle fonti storiche di cui disponiamo, “in principio” fu l’immagine, e, mi spiace per i religiosi doverlo scrivere, proprio quella della vulva; come, e mi spiace per i fratelli Lumière doverlo scrivere, per quanto riguarda le immagini che apparentemente si muovono come se fossero “vive”, “in principio” fu il colore: le prime proiezioni pubbliche di immagini in movimento furono le Pantomimes lumineuses presentate da Émile Reynaud nel suo Théâtre optique, che richiameranno folle di parigini prima che, di lì a qualche anno, fossero distratte dal prepotente realismo delle immagini cinematografiche totalmente automatiche, ma in bianco e nero.
Insieme alla Fototeca Storica Nazionale, che da qualche anno porta anche il suo nome, l’altro enorme lascito iconico di Ando Gilardi, che fortunatamente per lui e per noi è sopravvissuto a tre guerre – la Seconda guerra mondiale, la guerra di Liberazione e quella che i nazisti e i fascisti avevano dichiarato alla minoranza “etnica” cui apparteneva – è stato quello di averci fatto capire quanto sia importante, ogni volta che guardiamo un’immagine o ne produciamo una – e dio solo sa quanto sia indispensabile soprattutto per i fotografi, che sono stati educati a non sapere cosa c’era stato iconicamente “in principio” – conoscere la vera storia sociale di queste affascinanti quanto infestanti “eretiche” mute.
Nell’immagine:
Il Théâtre optique di Émile Reynaud.
Xilografia di Louis Poyet, 1892.
( da Gianni Rondolino, Storia del cinema d’animazione, Einaudi 1974, n. ed. 2004 ).
Émile Reynaud ritratto mentre con il Théâtre Optique presenta la sua ‘pantomima luminosa’ Pauvre Pierrot.
Il geniale quanto sfortunato vero inventore del cinematografo aziona manualmente i rulli con le immagini che, riflesse da un complesso sistema di specchi che permetteva loro di “fondersi” con i disegni fissi dei fondali, creavano, su uno schermo retroilluminato, l’illusione del movimento.
Il Teatro Ottico è l’ultimo sviluppo di precedenti invenzioni di Émile Reynaud: il prassinoscopio ( 1877 ), il prassinoscopio-teatro ( 1879 ) e il prassinoscopio a proiezione ( 1880 ).
La prima proiezione pubblica ha avuto luogo il 28 ottobre 1892 a Parigi, nel Museo Grévin, con l’accompagnamento della “colonna sonora” eseguita in diretta dal pianista Gaston Paulin con brani musicali da lui appositamente composti. La principale innovazione tecnica consisteva nella possibilità di retroproiettare su uno schermo semitrasparente, per un pubblico numeroso, spettacoli di 10 -15 minuti: i precedenti apparecchi permettevano la visione, a poche persone, di una singola animazione di immagini che si ripeteva ciclicamente.
( 19 febbraio 2015 )

 

Le eretiche mute, 126-Il-Teatro-ottico,-Rondolino

 

 

 

 

 

Outing.
( Cartoline a Ponzone )

Non ho remora alcuna a “confessare”, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che sono un maniaco sessuale iconico: lo sono da quando mi sono accorto di essere particolarmente attratto dall’altra metà del cielo. Per avere il “coraggio” di fare questo “terribile outing” mi è più che sufficiente, oggi, sapere di avere la comprensione, e tanto mi basta, di pochissime lettrici e pochi lettori.
È forse inutile scrivere, per chi mi legge d’abitudine, che il “coraggio” mi è venuto inizialmente dalla frequentazione dei pensieri di Ando Gilardi, dall’avere collaborato a “Fhototeca”, e poi dall’amicizia con il geniale iconologo che l’aveva ideata. Che, fra le tante cose, mi ha insegnato anche il valore dell’irriverenza. Avere intitolato Didascalie irriverenti i commenti a alcune immagini che illustravano Il bosco incantato, il saggio di Revisioni che gli avevo dedicato, è stato probabilmente un inconscio omaggio per quel suo fondamentale insegnamento. Perché quel grande iconologo ci ha insegnato che, grazie alla fotografia, il cui rivoluzionario impatto sociale non è stato ancora del tutto inteso, per le immagini del potere, religiose o politiche non fa differenza, troppo a lungo venerate, è iniziata l’epoca del declino.
È chiaro che non si tratta semplicemente di premere il pulsante: quell’irriverente geniale ebreo fotografo sosteneva che un rullino, nella stragrande maggioranza dei casi, perdeva di valore proprio dopo essere stato esposto. Sarebbe adesso tempo di iniziare a domandarci quali siano le immagini che meritano veramente il costo per produrle e il tempo per consumarle, e di provare a risponderci senza reticenze. Per me, a scanso di simpatici equivoci, non sono solo quelle della fertilità: mi piacciono anche i fiori, i paesaggi naturali e urbani, i ritratti, l’architettura, le fotografie astronomiche, e tante altre immagini, manuali e automatiche. Purché sappiano di elegante intelligenza.
Nell’immagine:
Fotografia di Stefano Di Marco, A Bari piove, 12 novembre 2013.
( da Un minuto del mio sguardo, Facebook )
Stefano Di Marco, cui dedico questo post, ci ha regalato delle fotografie di rara intensità e bellezza. Questa mi piace particolarmente per varie ragioni: non ultima, perché sono nato sul mare, che mi piace parecchio, soprattutto nei giorni di “brutto tempo”.
( 31 marzo 2015 )

8385, Stefano Di Marco, A Bari piove

La città “ideale”.
( Cartoline a Ponzone )

Era pratica piuttosto comune degli editori, nei secoli passati, dettata da motivi di risparmio, riutilizzare le stesse matrici xilografiche per illustrare soggetti diversi: ne ha scritto, con amore e competenza, Paola Pallottino – la figlia del noto etruscologo più conosciuta per avere scritto, per Lucio Dalla, il testo della bellissima ( e censurata, per poter calcare la scena del Teatro Ariston a Sanremo ) 4 marzo 194 – nel suo delizioso Dall’atlante delle immagini. Note di iconologia, Ilisso 1992.
In Fondazione di una città, un breve scritto del 1969 di La corda pazza, Leonardo Sciascia, un immenso scrittore di cui spesso avverto l’urgente bisogno di leggere o rileggere i testi per disintossicarmi da certe bruttezze di questi tempi, accenna a una incredibile storia del ventennio fascista che non ha a che fare con la “tirchieria” degli editori ma con una insospettata facoltà della fotografia: fotografare l’inesistente.
La città ideale è il titolo di uno stupendo dipinto di attribuzione incerta conservato a Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche: ne ho scritto, nella Cartolina intitolata Vue imprenable, pubblicata il 3 febbraio 2015, a proposito delle stupende fotografie panoramiche di Piero Ottaviano e Giorgio Jano. Ora, se con una immagine manuale non è difficile visualizzare una ideale, desiderata ma inesistente, città, non è altrettanto facile, o meglio impossibile, fare la stessa cosa con un’immagine totalmente automatica. A meno che non si segua la stessa strada indicata qualche secolo prima da quegli antichi editori: che è quanto hanno fatto i servi adulatori di Benito Mussolini, mostrandogli le “fotografie” della sua amata Mussolinia, l’inesistente città di cui aveva posto in Sicilia la prima pietra.
«E pare che Mussolini ci tenesse molto, – scrive Leonardo Sciascia – a quella città cui aveva dato il nome, e continuamente chiedesse notizie e rapporti: per cui ad un certo punto, a placare l’impazienza del duce, fu montato un album che dispiegava Mussolinia in tutto il suo splendore. Forse Mussolini ebbe una certa sorpresa, a vedere una città di villette ‘fin de siècle’ al posto di quella, alquanto piacentiniana avanti lettera, che l’architetto Fragapane aveva concepita; ma la soddisfazione per l’opera in suo nome compiuta doveva essere tale da superare l’insorgere della critica o della diffidenza».
Questo post è dedicato, per varie ragioni, all’amico Giorgio Giovanni Maria Jano.
Nell’immagine:
Piero della Francesca (?), La città ideale, 1480 – 1490.
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.
( wikimedia.org )
( 30 marzo 2015 )

8915, Piero_della_Francesca, La città ideale-_Galleria_Nazionale_delle_Marche_Urbino