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Le “eretiche” mute.
( Cartoline a Ponzone )

Una mia collega che insegnava religione, una donna onesta, sincera, che amava i cani, e purtroppo portava un cognome politicamente molto pesante, mi aveva offerto, incredibilmente, la sua amicizia in séguito a un mio intervento nel collegio dei docenti a favore della laicità della scuola pubblica. Ho già scritto di lei da qualche parte, a proposito dei Vangeli che aveva regalato alle colleghe e ai colleghi quando era andata in pensione, e del suo sorriso, accompagnato dalle parole «Lo sapevo che avresti preso questo», quando avevo scelto, nel cesto che li conteneva, quello di Giovanni.
Quel vangelo “gnostico”, rientrato per il rotto della cuffia fra quelli canonici, inizia con delle parole che mi hanno incuriosito da quando ero bambino: «In principio era il Verbo». In una cultura della parola scritta, come quella ebraica, in cui si è creduto che il dio creatore avesse parlato per consegnare ordini alle cose e agli uomini, non stupisce che, secoli dopo, degli ebrei eretici abbiano pensato che all’origine di tutto ci fosse stata la parola.
Alla cultura aniconica degli ebrei il cristianesimo ha affiancato l’ “eretica” immagine ieratica. Solo l’essersene dimenticati ha potuto fare accettare senza alcun problema il diluvio di immagini sacre e le Biblia pauperum, le Bibbie dei poveri, ma in realtà pensate per gli analfabeti, fatte solo di immagini che “spiegavano” gli episodi biblici ritenuti salienti.
Secoli dopo la comparsa di questo incredibile paradosso religioso, nella cultura occidentale, dove l’immagine ha acquisito una rilevanza sociale sempre maggiore, si è reso necessario sostituire alla mitologia ebraica della parola scritta la realtà dei fatti. Perché, stando alle fonti storiche di cui disponiamo, “in principio” fu l’immagine, e, mi spiace per i religiosi doverlo scrivere, proprio quella della vulva; come, e mi spiace per i fratelli Lumière doverlo scrivere, per quanto riguarda le immagini che apparentemente si muovono come se fossero “vive”, “in principio” fu il colore: le prime proiezioni pubbliche di immagini in movimento furono le Pantomimes lumineuses presentate da Émile Reynaud nel suo Théâtre optique, che richiameranno folle di parigini prima che, di lì a qualche anno, fossero distratte dal prepotente realismo delle immagini cinematografiche totalmente automatiche, ma in bianco e nero.
Insieme alla Fototeca Storica Nazionale, che da qualche anno porta anche il suo nome, l’altro enorme lascito iconico di Ando Gilardi, che fortunatamente per lui e per noi è sopravvissuto a tre guerre – la Seconda guerra mondiale, la guerra di Liberazione e quella che i nazisti e i fascisti avevano dichiarato alla minoranza “etnica” cui apparteneva – è stato quello di averci fatto capire quanto sia importante, ogni volta che guardiamo un’immagine o ne produciamo una – e dio solo sa quanto sia indispensabile soprattutto per i fotografi, che sono stati educati a non sapere cosa c’era stato iconicamente “in principio” – conoscere la vera storia sociale di queste affascinanti quanto infestanti “eretiche” mute.
Nell’immagine:
Il Théâtre optique di Émile Reynaud.
Xilografia di Louis Poyet, 1892.
( da Gianni Rondolino, Storia del cinema d’animazione, Einaudi 1974, n. ed. 2004 ).
Émile Reynaud ritratto mentre con il Théâtre Optique presenta la sua ‘pantomima luminosa’ Pauvre Pierrot.
Il geniale quanto sfortunato vero inventore del cinematografo aziona manualmente i rulli con le immagini che, riflesse da un complesso sistema di specchi che permetteva loro di “fondersi” con i disegni fissi dei fondali, creavano, su uno schermo retroilluminato, l’illusione del movimento.
Il Teatro Ottico è l’ultimo sviluppo di precedenti invenzioni di Émile Reynaud: il prassinoscopio ( 1877 ), il prassinoscopio-teatro ( 1879 ) e il prassinoscopio a proiezione ( 1880 ).
La prima proiezione pubblica ha avuto luogo il 28 ottobre 1892 a Parigi, nel Museo Grévin, con l’accompagnamento della “colonna sonora” eseguita in diretta dal pianista Gaston Paulin con brani musicali da lui appositamente composti. La principale innovazione tecnica consisteva nella possibilità di retroproiettare su uno schermo semitrasparente, per un pubblico numeroso, spettacoli di 10 -15 minuti: i precedenti apparecchi permettevano la visione, a poche persone, di una singola animazione di immagini che si ripeteva ciclicamente.
( 19 febbraio 2015 )

 

Le eretiche mute, 126-Il-Teatro-ottico,-Rondolino

 

 

 

 

 

Outing.
( Cartoline a Ponzone )

Non ho remora alcuna a “confessare”, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che sono un maniaco sessuale iconico: lo sono da quando mi sono accorto di essere particolarmente attratto dall’altra metà del cielo. Per avere il “coraggio” di fare questo “terribile outing” mi è più che sufficiente, oggi, sapere di avere la comprensione, e tanto mi basta, di pochissime lettrici e pochi lettori.
È forse inutile scrivere, per chi mi legge d’abitudine, che il “coraggio” mi è venuto inizialmente dalla frequentazione dei pensieri di Ando Gilardi, dall’avere collaborato a “Fhototeca”, e poi dall’amicizia con il geniale iconologo che l’aveva ideata. Che, fra le tante cose, mi ha insegnato anche il valore dell’irriverenza. Avere intitolato Didascalie irriverenti i commenti a alcune immagini che illustravano Il bosco incantato, il saggio di Revisioni che gli avevo dedicato, è stato probabilmente un inconscio omaggio per quel suo fondamentale insegnamento. Perché quel grande iconologo ci ha insegnato che, grazie alla fotografia, il cui rivoluzionario impatto sociale non è stato ancora del tutto inteso, per le immagini del potere, religiose o politiche non fa differenza, troppo a lungo venerate, è iniziata l’epoca del declino.
È chiaro che non si tratta semplicemente di premere il pulsante: quell’irriverente geniale ebreo fotografo sosteneva che un rullino, nella stragrande maggioranza dei casi, perdeva di valore proprio dopo essere stato esposto. Sarebbe adesso tempo di iniziare a domandarci quali siano le immagini che meritano veramente il costo per produrle e il tempo per consumarle, e di provare a risponderci senza reticenze. Per me, a scanso di simpatici equivoci, non sono solo quelle della fertilità: mi piacciono anche i fiori, i paesaggi naturali e urbani, i ritratti, l’architettura, le fotografie astronomiche, e tante altre immagini, manuali e automatiche. Purché sappiano di elegante intelligenza.
Nell’immagine:
Fotografia di Stefano Di Marco, A Bari piove, 12 novembre 2013.
( da Un minuto del mio sguardo, Facebook )
Stefano Di Marco, cui dedico questo post, ci ha regalato delle fotografie di rara intensità e bellezza. Questa mi piace particolarmente per varie ragioni: non ultima, perché sono nato sul mare, che mi piace parecchio, soprattutto nei giorni di “brutto tempo”.
( 31 marzo 2015 )

8385, Stefano Di Marco, A Bari piove

La città “ideale”.
( Cartoline a Ponzone )

Era pratica piuttosto comune degli editori, nei secoli passati, dettata da motivi di risparmio, riutilizzare le stesse matrici xilografiche per illustrare soggetti diversi: ne ha scritto, con amore e competenza, Paola Pallottino – la figlia del noto etruscologo più conosciuta per avere scritto, per Lucio Dalla, il testo della bellissima ( e censurata, per poter calcare la scena del Teatro Ariston a Sanremo ) 4 marzo 194 – nel suo delizioso Dall’atlante delle immagini. Note di iconologia, Ilisso 1992.
In Fondazione di una città, un breve scritto del 1969 di La corda pazza, Leonardo Sciascia, un immenso scrittore di cui spesso avverto l’urgente bisogno di leggere o rileggere i testi per disintossicarmi da certe bruttezze di questi tempi, accenna a una incredibile storia del ventennio fascista che non ha a che fare con la “tirchieria” degli editori ma con una insospettata facoltà della fotografia: fotografare l’inesistente.
La città ideale è il titolo di uno stupendo dipinto di attribuzione incerta conservato a Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche: ne ho scritto, nella Cartolina intitolata Vue imprenable, pubblicata il 3 febbraio 2015, a proposito delle stupende fotografie panoramiche di Piero Ottaviano e Giorgio Jano. Ora, se con una immagine manuale non è difficile visualizzare una ideale, desiderata ma inesistente, città, non è altrettanto facile, o meglio impossibile, fare la stessa cosa con un’immagine totalmente automatica. A meno che non si segua la stessa strada indicata qualche secolo prima da quegli antichi editori: che è quanto hanno fatto i servi adulatori di Benito Mussolini, mostrandogli le “fotografie” della sua amata Mussolinia, l’inesistente città di cui aveva posto in Sicilia la prima pietra.
«E pare che Mussolini ci tenesse molto, – scrive Leonardo Sciascia – a quella città cui aveva dato il nome, e continuamente chiedesse notizie e rapporti: per cui ad un certo punto, a placare l’impazienza del duce, fu montato un album che dispiegava Mussolinia in tutto il suo splendore. Forse Mussolini ebbe una certa sorpresa, a vedere una città di villette ‘fin de siècle’ al posto di quella, alquanto piacentiniana avanti lettera, che l’architetto Fragapane aveva concepita; ma la soddisfazione per l’opera in suo nome compiuta doveva essere tale da superare l’insorgere della critica o della diffidenza».
Questo post è dedicato, per varie ragioni, all’amico Giorgio Giovanni Maria Jano.
Nell’immagine:
Piero della Francesca (?), La città ideale, 1480 – 1490.
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.
( wikimedia.org )
( 30 marzo 2015 )

8915, Piero_della_Francesca, La città ideale-_Galleria_Nazionale_delle_Marche_Urbino

Il nero e il rosso.
( Cartoline a Ponzone )

Commentando un post pubblicato su Facebook, in cui accennavo alla maggiore persistenza, non solo cromatica, del colore nero rispetto al rosso, Antonio Armentano e Lu Potena avevano piacevolmente fatto slittare il discorso dalla politica alla sessualità, anche se apparentemente parlavano di abbigliamento, facendomi così ricordare di due graffiti, un “post” e un “commento” scritti con quei due colori, che per anni, mentre andavo al lavoro, ho visto lentamente sbiadire.
Ne avevo scritto qualche anno fa, dato il tema trattato, nell’ultimo capitolo di Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto, il saggio di Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicati a Ando Gilardi  sulla storia sconosciuta della rappresentazione del sesso della donna. Chi d’abitudine legge queste mie “Cartoline” non avrà difficoltà a capire la gioia che mi procurava leggere ogni mattina quei due graffiti, che smentivano una paradossale menzogna, ossessivamente ripetuta per diciassette secoli.
Qui di seguito riporto il testo da quel saggio “osceno” che tanto era piaciuto a Ando Gilardi, e aveva rallegrato, con mio enorme piacere, la fertile vecchiaia di quell’amico iconologo che mi aveva insegnato a “leggere” le immagini, o, meglio, la realtà che sanno in maniera così seducente suggerire.
«Per anni, recandomi al lavoro a Sesto San Giovanni, la (ex) Stalingrado d’Italia, su un pilastro di uno stabile in Viale Ercole Marelli ho letto un simpatico messaggio scritto a grandi caratteri in stampatello rosso: “W la figa“. Un anonimo, intelligente ma poco studioso scoliaste, aveva aggiunto sotto a quelle parole, questa volta in nero: “Sono daccordo“.
Insolitamente, forse per una rara forma di rispetto verso la natura del messaggio e della sottostante approvazione, le due scritte non sono state coperte da successive più urgenti comunicazioni; ma, con gli anni, le parole in rosso, che è un colore, non solo politicamente, meno resistente, sono sbiadite fino a scomparire del tutto, lasciando il commento in nero solo e privo di significato. “W la foca” ha scritto però mio figlio su un cuore di carta appeso alla porta della sua camera: che dio la ( e lo ) benedica». ( Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto, Lost Dreams Editions 2010, p. 1431 ).
Questo post è dedicato a Lu Potena e Antonio Armentano, perché, senza quel loro “slittamento” cromatico, non sarebbe mai stato.
Nell’immagine:
Raffaello, Madonna del cardellino, 1506 circa.
Firenze, Galleria degli Uffizi.
( da it.wikipedia.org )
Secondo un vecchio proverbio valtellinese, che non so assolutamente scrivere ( ma l’amico Mauro Thon Giudici potrà aiutarmi ), conosciuto grazie a mia moglie che l’aveva appreso dalla nonna materna, parecchio diversa da quella paterna, una “strega” valtellinese fortunatamente scampata ai roghi della religione dell’amore verso il prossimo, è meglio spendere qualche soldo in più ma acquistare un capo di vestiario rosso. Quella preferenza non era dettata da una scelta politica, forse era inconsciamente erotica, ma, di sicuro, era da imputare al fatto che anche gli analfabeti iconici avevano appreso dalla infestante iconografia ieratica e da quella politica che il rosso era un colore importante, carico di promesse pagane e mistiche per questa e la “vita” futura.
( 29 marzo 2015 )

8913, Raffaello, Madonna_del_cardellino_dopo_il_restauro

 

 

«You press the button».
( Cartoline a Ponzone )

Da tempo sono fermamente convinto che, se, prima di premere il pulsante dell’otturatore, chi fotografa è consapevole dei precedenti quarantamila anni di storia iconica, l’immagine ottica prelevata dalla realtà sarà “diversa”: non tanto nei risultati fenomenici, sebbene anche quelli non possano non essere influenzati dalla cultura di chi fotografa, quanto nella percezione mentale che avrà di quella immagine chi l’ha prelevata.
Per essere davvero compresa, la storia iconica non può essere separata da quella dell’umanità, anche se il sistema scolastico si è dato non poco da fare per dividere il sapere in discipline, facendo sì che il quadro di insieme risultasse invisibile.
Se si accetta questa premessa, cesserà di apparire paradossale, o perlomeno fuori luogo, l’invito, suggerito da Ando Gilardi a chi fotografava, di leggere un insolito “manuale fotografico”: Minima moralia, un saggio scritto da Theodor Wiesengrund  Adorno nel 1947 e pubblicato da Einaudi nel 1954. Perché, se è vero che la fotografia si nutre della realtà, è altrettanto vero che lo sguardo di chi fotografa deve essere in grado di vederla davvero.
Per quanto mi riguarda, sono perfettamente consapevole che Il bosco incantato. Appunti per una morfologia della pornofiaba, il saggio sulla rappresentazione della sessualità e sul lavoro, che Ando Gilardi, cui è dedicato, aveva definito «il punto più alto raggiunto, la perfezione, di quello che prima dicevo: una sublime raccolta di immagini oggetto e soggetto del desiderio più acuto e profondo di tutti» ( dalla recensione in “PC PHOTO & mobile phone”, novembre 2009 ), è stato in buona parte ispirato anche da un altro “manuale”, scritto ancora da Adorno insieme a Max Horkheimer, sempre nel 1947: “Dialettica dell’illuminismo ( Einaudi 1966 ).
Un giorno, fermi a un semaforo, Ando Gilardi aveva confidato a Gianni Scaburri, un comune amico, che in fondo, per lui, parlare di fotografia era un «pretesto per parlare d’altro». E per un vero fotografo e un serio iconologo non potrebbe essere diversamente, se non si vuole che la riflessione sull’immagine – uno degli strumenti più potenti inventati dall’uomo per suggerire evocare e dare l’illusione, soprattutto con quella totalmente automatica, di fermare lo scorrere del tempo – diventi una sterile tautologia, o, peggio, un affascinante pretesto per nascondere la realtà.
Nell’immagine:
Pubblicità per la prima Kodak Camera, 1889.
( da www.guim.co.uk )
( 28 marzo 2015 )

8903,The-first-Kodak-camera

 

Il fascino del silenzio iconico.
( Cartoline a Ponzone )

È sufficiente guardare o rivedere con attenzione Box office – la breve serie di fotografie da Teresa Barberio dedicata con nostalgia all’effimero ambiente di lavoro, pensato e realizzato con cura partecipe e avvertibile attenzione per chi avrebbe dovuto viverci – per rendersi conto di quanto l’immagine totalmente automatica sia in debito con la soggettività dello sguardo di chi ha prelevato quelle immagini.
La prima volta che ho scritto di Teresa Barberio è stato per una sua immagine “pornografica”, il primo piano della copula fra due mosche, che può non apparire peccaminosa, perché questo è in sostanza l’attributo sinonimo di pornografico, solo in quanto agli insetti, a queste forme di vita ritenute inferiori non è riconosciuta la libera scelta delle loro azioni, sostituita dalla “condanna” a eseguire un programma predefinito: che sarebbe anche il destino da Vilém Flusser, un autore che Ando Gilardi non amava, riconosciuto all’apparecchio fotografico nel suo saggio Per una filosofia della fotografia ( Agorà Editrice 1987, rieditato recentemente da Bruno Mondadori ).
Voglio dire che quella fotografia “provocatoria” era un’immagine scientifica, come solo sa esserlo la fotografia, della realtà, che è quanto l’immagine ottica sa registrare.
Poi, però – e qui sopravvive l’originaria magia delle immagini che anche quella in assoluto più razionale non è stata capace di azzerare, e che non ha mai smesso di ammaliare Ando Gilardi come chi è sensibile al fascino del silenzio iconico – accanto alle fotografie appese alla parete dell’ufficio, che documentano concretamente la traduzione nella realtà dei progetti pensati e tracciati su un monitor o sulla carta, l’insopprimibile esigenza poetica, che già traspariva con evidenza nelle bellissime immagini di “Box office”, sembra definitivamente burlarsi dell’intima vocazione dell’immagine ottica e Teresa Barberio ci regala, insieme alla silente poesia della neve, delle altrettanto affascinanti immagini lacustri e marine che si è tentati di definire “metafotografiche”, per il paradossale, e quindi umano, desiderio, che credo pienamente soddisfatto, di prelevare otticamente immagini utopiche e atemporali: cioè prescindendo, in apparenza, dal luogo e dal tempo, gli ingredienti indispensabili, insieme alla luce, all’insaziabile “immagine” che il mio amico iconologo aveva giustamente definito «copernicana».
Nell’immagine:
Fotografia di Teresa Barberio, pubblicata su WE DO THE REST il 27 gennaio 2015.
Per la serie Box office si veda: https://www.facebook.com/teresa.barberio.5/media_set?set=a.10152817877225345.1073741905.557625344&type=1&pnref=story
( 27 marzo 2015 )

Il fascino del silenzio iconico, 8767, Teresa Barberio

 

Il nome delle cose.
( Cartoline a Ponzone )

Una giornalista di Radio Popolare ci teneva, tempo fa, a precisare che il suo cognome era Ghidini, con la “i”, per far sapere ai radioascoltatori che non solo non aveva alcun rapporto con Niccolò Ghedini, ma anche che il cognome era solo simile: le stava particolarmente a cuore prendere le distanze dall’Azzeccagarbugli di Silvio Berlusconi, per il quale l’avvocato, divenuto provvisoriamente linguista, aveva inventato uno splendido quanto ipocrita neologismo, «utilizzatore finale», per evitare di usare il vecchio, spregiativo, “puttaniere”.
Prima che si imponesse la parola “fotografia”, erano stati inventati numerosi, e più o meno fantasiosi, sinonimi per indicare l’icona che, escludendo l’intervento manuale, era prodotta, anche se con procedimenti diversi, automaticamente dalla luce.
Quei nomi diversi non servivano, però – a differenza della stupida perifrasi utilizzata dal principe del foro lautamente remunerato dal suo ricco cliente, e, purtroppo, grazie a lui, anche dai contribuenti italiani, per nascondere sotto quel misero tappetino linguistico le debolezze del suo assistito – a nascondere la verità: indicavano tutti, indistintamente, una tecnica iconica rivoluzionaria capace non solo di riprodurre fedelmente la realtà visibile, ma anche dare un enorme contributo per sconfessare tante menzogne “manuali” e illusioni metafisiche.
Nell’immagine:
Un graffito di Banksy, 2005 circa.
( da www.seesound.it )
Per il grande writer britannico che, in un tempo in cui l’importante sembra essere l’apparire nei mass media, ama l’anonimato e non si lascia fotografare, il graffito è «una delle forme d’arte più oneste che ci siano. Non c’è elitarismo né ostentazione, si espone sui migliori muri che una città abbia da offrire e nessuno è dissuaso dal costo del biglietto. I muri sono sempre stati il luogo migliore dove pubblicare i lavori. Gli amministratori delle nostre città non capiscono i graffiti perché per loro se una cosa non dà profitto non ha diritto di esistere, e questo toglie qualsiasi valore alla loro opinione». (seesound.it/arte/sguardo-dartista-banksy-la-poesia-di-un-graffito-sul-muro-28199.html )
( 25 marzo 2015 )

Il nome delle cose, 8898, Banksy, cameriera muro

 

Giocando con le immagini.
( Cartoline a Ponzone )

Se l’uomo ha avuto il coraggio – come ho ricordato in Un ordine disatteso, la Cartolina pubblicata il 15 febbraio 2015 – di violare l’ordine, ritenuto divino, di produrre immagini di qualsiasi essere vivente, non dovrà sorprendere più di tanto che non si faccia scrupolo di rispettare le leggi fondamentali socialmente decise, cui tutte le altre dovrebbero conformarsi: quelle sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana. La fotografia di una città bombardata da “poliziotti internazionali”, al di là di qualsivoglia didascalia si abbia la faccia tosta di accostarle, resta sufficientemente eloquente: almeno quel tanto per ricordare a politicanti “analfabeti” il chiaro dettato costituzionale violato con meschini giochetti di parole.
Ando Gilardi era fermamente convinto del potenziale didattico delle immagini, a condizione, ovviamente, che i docenti fossero stati educati a conoscerle, per poterle usare correttamente. Di fronte a questa evidente violazione del dettato costituzionale, avrebbe probabilmente proposto di accostare le fotografie di due città bombardate, una nel corso di una guerra, l’altra durante un’operazione di “polizia internazionale”, e avrebbe chiesto alle allieve e agli allievi di individuare la differenza: avrebbe così denunciato lo squallido quanto illegale gioco di parole, giocando istruttivamente con le immagini.
Nell’immagine:
Le conseguenze di una operazione di “polizia nazionale”: una via di Londra dopo il bombardamento della Luftwaffe, 29 dicembre 1940.
( da http://www.forces-war-records.co.uk )
( 26 marzo 2015 )

8909, Londra bombardamento

Una curiosa anomalia.
( Cartoline a Ponzone )

Mentre cercavo nello stradario milanese Via Bezzecca, dove, nella sede del Circolo Fotografico Milanese, dopo cena, il 2 marzo 2015, Fulvio Bortolozzo avrebbe presentato Questo Paese, mi è venuto di pensare a una curiosa anomalia iconica.
Quando ero un giovane fotografo, ho frequentato per un anno, al giovedì sera, il Club Fotografico Genovese, che era ospitato, se ricordo bene, all’ultimo piano di Palazzo Rosso, in Corso Garibaldi, nella sede del Centre Culturel Français. Allora, mi sembrava una cosa del tutto normale incontrare dei fotografi per scambiare informazioni sugli strumenti utilizzati, le tecniche, vedere e mostrare fotografie. Ma, oggi, il fatto che non esistesse, per dire, un Club Acquarellistico Genovese, mi dà da pensare, nel senso che mi obbliga a riflettere sulla ragione che è all’origine di queste associazioni, sconosciute ai seguaci delle precedenti tecniche di produzione iconica.
La prima spiegazione di questa anomalia può essere individuata nella differenza esistente fra gli strumenti necessari per produrre immagini manuali, enormemente più semplici, e quelli per prelevare immagini automatiche: differenza che è all’origine di industrie – che hanno fatto, insieme a «the rest», «i miliardi», come aveva chiosato Ando Gilardi quel vecchio slogan della Kodak – responsabili di avere smisuratamente incentivato, in questo sostenute “culturalmente” da innumerevoli periodici lautamente foraggiati dalla pubblicità industriale, il consumo di apparecchiature fotografiche e materiali per lo sviluppo e la “stampa” delle immagini.
La seconda spiegazione di quell’anomalia è rinvenibile nella progressiva facilità di prelevare immagini totalmente automatiche, che, in cambio di uno sforzo minimo, ha regalato a tutti, anche a chi aveva difficoltà nel riprodurre manualmente la realtà o disegnare altri tipi di immagini, un’illusoria patente di artista.
Di questo fantastico mondo iconico Ando Gilardi è stato senza dubbio il più “spietato” dissacratore. Si era inventato anche una storiella, che ci aveva raccontato in una “Phototeca”, ambientata nella vetrina di un fotografo, in cui avrebbe fatto mostra di sé l’ingrandimento di un giovane nudo, con il pisello in bella vista, il tutto didascalizzato con un altro slogan della multinazionale statunitense: «È bello sapere che c’è».
Così, tanto per ricordare che nella vita c’è qualcos’altro oltre agli interessi degli industriali.
Nell’immagine:
Una “vetrina” di 35.000 anni fa: fra le stupende immagini di alcune leonesse è stata dipinta quella che è probabilmente la più antica rappresentazione di una vulva.
Grotta Chauvet, 35.000 a.C.
Francia, presso Vallon-Pont-d’Arc, nell’Ardèche (regione Rhône-Alpes).
( da www.counter-currents.com )
( 24 marzo 2015 )

8840, Vulva, Chauvet

 

Il giogo della fotografia.
( Cartoline a Ponzone )

Che il giogo, le due lance piantate in terra e unite da un’altra posta orizzontalmente, fosse una sorta di gogna inventata dai romani per costringere i superstiti nemici vinti a umiliarsi, inchinandosi per passarvi sotto, l’avevo appreso tanti anni fa da un’immagine di un libro di testo della scuola elementare. Che l’arco di trionfo, costruito all’indomani della vittoria in legno per essere poi sostituito, a durevole memoria, dal marmo, fosse l’evoluzione architettonica del primitivo giogo l’ho scoperto poco tempo fa, leggendo un interessante saggio di Roy Doliner, Il disegno segreto. I messaggi della Kabbalah nascosti nei capolavori dell’arte italiana ( Rizzoli 2012 ), nel quale l’autore ci porta in giro per l’Italia insegnandoci a leggere i messaggi nascosti da artisti che bene conoscevano l’antica dottrina di vita ebraica, che tanti credono, erroneamente, si occupi di segreti futuri e poteri celati nei numeri.
Sebbene in maniera meno vistosa, anche tutte le immagini manuali sono dovute “passare sotto il giogo” di quella fotografica. L’ultima tecnica iconica, aveva fatto notare Ando Gilardi anni fa, sa riprodurre tutte le immagini realizzate con le tecniche precedenti ed è capace di fare “qualcosa” in più: quel “qualcosa” è la cifra rivoluzionaria della fotografia, che ha saputo produrre un’icona di una fedeltà prima inimmaginabile, come, riproducendole fedelmente, obbligare tutte le immagini manuali e semimanuali a “passare sotto il suo giogo”, così rendendo evidente l’enorme superiorità tecnica e sociale dell’immagine “dipinta” dalla luce.
Nell’immagine:
Roma, Arco di Tito, particolare, 90 circa.
Fotografia di A. Hunter Wright, 2005.
( da Wikipedia )
Gli scultori hanno inciso nel marmo il simbolo della vittoria sui giudei ribelli: la menorah, il candelabro d’oro a sette bracci, che era conservata nel Tempio di Gerusalemme distrutto dai soldati di Tito. Sui cartigli dovrebbe leggersi il nome di chi ha svolto lo sporco lavoro di soffocare l’insurrezione dei colonizzati: X Legio Fretensis“( la Legione Decima dello Stretto di Messina ), il cui simbolo, un cinghiale, era dagli ebrei “letto”, con profondo disprezzo, come un maiale.
( 23 marzo 2015 )

3961, Arco di Tito, Detail_from_Arch_of_Titus