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Sognatori “marxisti”.
( Cartoline a Ponzone )

Ne avevo disegnato uno schizzo col pennarello, di quel sogno, su una piastrella del bagno accanto a quella su cui avevo scritto l’aforisma di un nouveau philosophe che non ero sicuro di avere capito del tutto, nella speranza che qualche ospite potesse spiegarmelo: due Sirene, come le avevano immaginate i greci prima che diventassero creature marine, due uccelli con testa umana che volavano cabrando nel cielo, Alfonso davanti e io dietro, come nella scena che mi era apparsa nel sogno. Al risveglio ero emozionato per l’incredibile e stupenda esperienza del volo, e stupito, dal momento che era così facile e naturale, di non avere volato prima. Negli anni Settanta succedeva di volare: alcuni cantautori ce l’avevano anche detto nelle loro canzoni.
Nell’introduzione a L’interpretazione dei sogni, Sigmund Freud ci ricorda che da millenni gli uomini hanno cercato di leggere il futuro nei sogni. Il grande ebreo viennese cercherà, invece, di leggere in quella seconda vita notturna, dionisiaca, quanto siamo riluttanti a dirci nella solare, apollinea, vita diurna.
I Senoi, una popolazione “primitiva” che vive nella giungla malese, incontrata nel 1935 dall’antropologo americano Kilton Stewart ( si veda Morton Schatzman, Sogni e politica, in Sessualità e politica. Documenti del Congresso Internazionale di psicanalisi, Milano, 25-28 novembre 1975, Feltrinelli 1976, p. 138 sgg. ), danno un’enorme importanza ai sogni, che si raccontano al mattino, ma il loro atteggiamento nei confronti del materiale onirico è molto diverso da quello che si è affermato nella cultura mediorientale e occidentale, perché il loro interesse non è di interpretare i sogni, ma di cambiarli: se una tigre, in un incubo, ha inseguito un figlio nella foresta, invece di domandarsi chi o che cosa possa rappresentare quell’animale, insegnano al figlio di fermarsi, nel prossimo incubo simile, e di affrontarla senza paura.
Che è la sola cosa che può fare, nei confronti della realtà, chi fotografa, chi usa un apparecchio incapace di visualizzare i sogni e gli incubi notturni. Se c’è infatti un soggetto davanti al quale l’immagine manuale si sente una regina mentre quella fotografica incontra non poche difficoltà quello è senz’altro il sogno. Tutte le immagini mentali della nostra seconda vita notturna, perché di quelle sono sostanzialmente fatte le esperienze oniriche, a causa della loro natura ibrida – le esperienze reali diurne nottetempo fantasticamente rielaborate – obbligano quasi sempre il fotografo che intenda visualizzarle a una scelta egualmente ibrida, cioè un’immagine sia manuale che automatica ( si pensi, per esempio, alle suggestive fotografie del passato sognate da Paolo Ventura ) o a un’immagine che nasce dalla fusione di più immagini fotografiche ( di cui Diego Mazzei ci ha regalato degli splendidi esempi ).
Quel mio amico che, grazie anche a un fiasco di Chianti e a una pastasciutta affogata nel sugo, mi aveva suggerito che, nonostante tutto, non si doveva rinunciare a volare, non c’è più: l’ultimo saggio di Revisioni, cui sto lavorando, l’ho scritto anche pensando a lui, e anche a lui è, con affetto simpatia e riconoscenza, dedicato.
Nell’immagine:
Odisseo e le Sirene. Vaso attico a figure rosse proveniente da Vulci, fine del V sec. a. C.
Fotografia di Jastrow, 2007.
( da wikimedia.org )
( 22 marzo 2015 )

8886,-Odisseo-e-le-Sirene,-

Esami.
( Cartoline a Ponzone )

Ogni tanto mi capita, fortunatamente di rado, di sognare di essere interrogato nel corso di un esame. Sono sogni pesanti, sudati, dovuti a sgradite lontane esperienze, che ho cercato di risparmiare, per quanto mi era legalmente possibile, alle mie allieve e ai miei allievi, convinto che il lavoro per cui ero pagato fosse di incuriosirli, fornire degli strumenti di conoscenza della realtà, e le immagini sono state uno strumento che ho fortemente privilegiato, e ragionare insieme sul valore della vita associata.
Nell’ultimo sogno sull’antipatico argomento, o meglio nell’ultimo incubo, la situazione era ulteriormente aggravata e resa insopportabile dal fatto che ero seduto davanti a una commissione d’esame che mi stava interrogando su un tema che non ricordavo. Cerco di spiegarmi meglio: non è che non ricordassi qualcosa sull’argomento di quell’esame, è che proprio non ricordavo per essere esaminato su che cosa mi trovavo seduto lì.
Mi capita anche quando sono sveglio, per fortuna di rado, di ricordare alcuni esami che ho sostenuto, e talvolta di immaginare quale sarebbe l’esito, se mi presentassi oggi per essere interrogato sugli argomenti che sono oggetto di queste “cartoline”. Penso che le probabilità di essere bocciato non sarebbero scarse, ma questa eventualità, invece di angosciarmi, mi diverte piacevolmente. Perché mi ricorda la magica atmosfera delle chiacchierate con Ando Gilardi nella sede della Fototeca Storica Nazionale, dove, anche fisicamente, ho provato la certezza che la realtà del complesso universo iconico in cui, spesso inconsapevolmente, viviamo era ben diversa da quella che ci era in genere presentata dagli “addetti ai lavori”: gli stessi che, con mia intima e profonda soddisfazione, mi avrebbero senz’altro bocciato.
Nell’immagine:
Frontespizio del capitolo Se rinasco, faccio l’idraulico, dal terzo volume di Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicati a Ando Gilardi: Nello Rossi, Il bosco incantato, Lost Dreams Editions 2008.
Pubblicità per Apple, quando il “Ministero” si chiamava ancora “della Pubblica Istruzione”.
( da la Repubblica del 12 luglio 1997 )
Il saggio, la cui lettura e visione sono vivamente sconsigliate a chi non ama il tema che Sigmund Freud definiva «sconveniente», è scaricabile gratuitamente dal sito www.lostdreamseditions.it.
( 21 marzo 2015 )

8635, schermata Se rinasco, faccio l'idraulico

 

Troppo vicino.
( Cartoline a Ponzone )

Per fare una buona fotografia, diceva Robert Capa, bisogna essere vicino al soggetto: e lui pensava, dicendo queste parole, alle fotografie di guerra.
È per la stessa ragione che la notte di Natale del 1914 fece così paura ai comandanti degli eserciti che si combattevano in una estenuante guerra di posizione. In quella tregua decisa dai soldati che, usciti dalle trincee, si erano incontrati e avevano scambiato piccoli doni nella terra di nessuno, l’intervallo fra le trincee, i generali avevano visto un pericolo enorme, la scontata scoperta che il “nemico” non era il mostro disegnato dalla propaganda bellica, ma un uomo, con i suoi affetti, le sue paure, le sue speranze, le lettere e le fotografie dei suoi cari nel portafoglio.
Quella tregua autodecisa dal basso, prontamente repressa dai comandi degli eserciti, e non casualmente assente nei libri di testo delle scuole, aveva tutta l’aria di essere, per dirla con il grande fotografo ebreo che sarebbe morto per una mina antiuomo in Indocina, una fotografia ripresa da troppo vicino, venuta troppo bene: e insopportabilmente vera.
Ci sono voluti parecchi anni prima che le immagini cinematografiche di fiction – prelevate da registi del calibro di Stanley Kubrick ( “Orizzonti di gloria“, “Paths of Glory“, Usa 1957, di cui, per anni, in Francia sarà vietata la proiezione ), Mario Monicelli ( “La grande guerra“, Italia/Francia 1959 ), Francesco Rosi ( “Uomini contro“, Italia/Yugoslavia 1970 ) e Ermanno Olmi ( “Torneranno i prati“, Italia 2014 ) – sbugiardassero le false retoriche immagini manuali, in buona parte responsabili dell’affermazione dell’ideologia fascista.
Nell’immagine:
Soldati tedeschi e britannici fotografati durante la tregua del Natale del 1914.
Pagina del quotidiano “The Daily Mirror”.
( da www.ilritaglio.it )
( 19 marzo 2015 )

Troppo vicino, 8881, Prima guerra mondiale, notte natale 1914

 

Secondo Matteo.
( Cartoline a Ponzone )

Il «Governo del Fare» si sta occupando della riforma della scuola, e non posso negare che, dopo tanti anni trascorsi nelle aule scolastiche, sono davvero felice di essere in pensione, come l’uomo descritto da Lucrezio che, al sicuro sulla costa del mare, guarda dei marinai che cercano di salvarsi da una tempesta.
Fra un finanziamento e l’altro alle scuole private, illegali in quanto anticostituzionali – e dispiace dover leggere che una giornalista, prima di esprimere il suo parere in merito, scriva «A parte il dettato costituzionale», come se fosse l’opinione di un collega e non la legge fondamentale del nostro vivere in comune ( Chiara Saraceno, “Gli incentivi e le incertezze”, in “la Repubblica” del 13 marzo 2015 ) – fra un finanziamento e l’altro alle scuole private, che ricordano tanto un “bonus” benzina dato a chi, girando in Jaguar, alleggerisce i mezzi pubblici, si propone di ampliare i poteri dei presidi “manager”, che già il nome è un programma; rispunta il vecchio mai accantonato progetto della meritocrazia, vale a dire di premiare, non è dato sapere con esattezza in base a quali criteri, gli insegnanti che svolgono meglio il proprio lavoro; si riconosce l’esigenza, in attesa dei buoni pasto di cui non ho mai goduto durante la mia “carriera”, per il corpo docente di “aggiornarsi”, che si concretizzerebbe in cinquecento euro da spendere in libri teatro cinema e corsi di approfondimento ( le colleghe i colleghi e io insegnavamo come potevamo, un po’ da ignoranti non aggiornati ma a volte volenterosi ).
Dopo avere dato una buona mano per cancellare faticose conquiste operaie, facendo credere che operai “ballerini”, e quindi ovviamente dequalificati, siano indispensabili alla ripresa economica, adesso si cerca di dequalificare la scuola pubblica. L’importante è seguire le nuove mode dettate dal capitalismo globalizzato, essere al passo con i tempi nuovi, non interferire con il nuovo modo di rubare di vecchi ladri.
Per sostenere questa politica padronale, fingendo di spiegare a noi bambini la realtà delle cose, il democristiano riciclato con la verità in tasca non si è vergognato di servirsi, ed è stata quella impudenza a suggerire questa Cartolina, di una metafora fotografica: «l’epoca del rullino è finita», ha detto in una delle sue logorroiche esternazioni, e, per far capire che chi non accetta le novità proposte dal suo governo è uno che non sa dove sta andando il mondo, ha paragonato l’oppositore a uno che si ostina a inserire un rullino fotografico in un cellulare: una bellissima similitudine manzoniana, da proporre come tema per i prossimi esami di maturità.
Nell’immagine:
Copertina di “Diario del mese”, 2 aprile 2004.
Fotografia, particolare, di Robert Doisneau, Le cadran scolaire, Paris 1956.
( 18 marzo 2015 )

Secondo Matteo, 8905, Copertina Diario del mese

 

Un insolito punto di vista.
( Cartoline a Ponzone )

“Manigoldo” è un epiteto spregiativo usato dalle nonne “colte”, che purtroppo ignoravano quale fosse il vero significato della oggi inusitata parola, cui ricorrevano per stigmatizzare il comportamento troppo esuberante dei nipoti. Di origine germanica, la parola indicava una “professione” terribile: l’aiutante del boia.
Nell’universo iconico avviene qualcosa di simile. Di tante immagini che ci sono familiari, perché ricorrenti nell’iconografia, è ignoto il significato originario che non è in alcun modo deducibile anche a una attenta analisi delle sue declinazioni. Per conoscerlo, o conoscere le eventuali falsificazioni, è indispensabile ricorrere ad altre fonti di informazione, generalmente quelle scritte, per quelle prodotte dopo la scoperta del modo di conservare il pensiero.
Una delle immagini più diffuse nell’iconografia occidentale è quella della croce. Anche troppo: nel senso che la troviamo riprodotta anche in immagini in cui non dovrebbe proprio essere presente. Come nello splendido affresco della “Battaglia di Ponte Milvio” dipinto da Piero della Francesca, in cui vediamo Costantino protenderla davanti a sé.
In nessun modo una fotografia avrebbe potuto mostrare un’immagine simile, perché all’epoca di quella battaglia, che sarà determinante per la storia dell’Occidente e la storia delle sue immagini, la croce non era ancora il simbolo del cristianesimo, ma un ignobile temuto e odiato strumento per dare la morte.
A scuola ci hanno insegnato che i legionari di Costantino l’avevano dipinta sugli scudi, ma in realtà il segno usato per evitare di ammazzarsi fra di loro era probabilmente, i testi a riguardo sono piuttosto approssimativi, pagano: un cerchio con otto raggi, una stilizzazione del Sole, nel quale i cristiani successivamente avranno forse voluto leggere un monogramma della parola greca “Kristòs”.
Queste riflessioni sono state suggerite, e Ando Gilardi ne sapeva qualcosa di quanto sono abili a farlo le immagini, dall’insolito punto di vista scelto da Daniela Dionori per visualizzare lo stesso luogo dipinto secoli prima da Piero della Francesca e tanti altri artisti: un turista frettoloso, che avesse voluto prelevare un’immagine ottica di questa storica località, mai avrebbe scelto, con ogni probabilità, quell’apparentemente insignificante sponda del Tevere.
Questo post è ovviamente dedicato a Daniela Dionori, attenta e sensibile fotografa, e amica lontana.
Nell’immagine:
Fotografia di Daniela Dionori, pubblicata su WE DO THE REST il 19 febbraio 2015.
( 17 marzo 2015 )

Un-insolito-punto-di-vista,

Scomparse e ricomparse.
( Cartoline a Ponzone )

L’avere sdoganato la mafia e il fascismo sono senza dubbio i crimini più imperdonabili commessi dal berlusconismo.
«Il coraggio», fa dire Alessandro Manzoni a uno dei personaggi del suo capolavoro, «uno non se lo può dare». Verissimo. Come è altrettanto vero che gli omicidi mafiosi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino attestano clamorosamente che lavoravano troppo bene. Le terribili immagini che visualizzano come sono scomparsi quei due magistrati cui non difettava certo il coraggio non possono non essere confrontate, da parte di chi studia seriamente le immagini, con una fotografia, facilmente reperibile in internet, che mostra un giovane Silvio Berlusconi seduto accanto a una scrivania sul cui ripiano è posata una rivoltella. Che scomparirà in tutte le numerosissime immagini posteriori dell’imprenditore che, per salvare, a suo dire, il paese dal comunismo, in realtà quasi del tutto scomparso, si darà alla politica.
La scomparsa di quei due magistrati che svolgevano troppo bene la loro professione è collegata con la comparsa di una strana forma di ippica, che in un post precedente ho definito «virtuale»: uno “stalliere” mafioso, assunto da Silvio Berlusconi, che avrebbe dovuto occuparsi di cavalli nella villa a Arcore; e sono “cavalli” non virtuali quelli che, è Paolo Borsellino a parlarne in una intervista rilasciata a due giornalisti francesi, avrebbero dovuto essere consegnati in un elegante albergo milanese.
Il fascismo mostrerà il suo bieco squallido volto a Genova, nell’estate del 2001, come sarà documentato da innumerevoli immagini: carta bianca alla violenza di Stato contro pacifici dimostranti ( quelli meno pacifici, appartenenti al cosiddetto
Black Block, risultavano invisibili alle forze dell’ordine … ).
Non ci saranno invece immagini a documentare, alla faccia di Cesare Beccaria, la anacronistica vergognosa ricomparsa della tortura, fisica e psicologica, sempre in quella triste estate della democrazia offesa, nella caserma dei carabinieri di Bolzaneto.
Anche la fedeltà di un tempo, in questi anni, è scomparsa. Mio fratello, che, anni dopo quella triste estate, era andato a denunciare un furto, avendo visto nella sala d’attesa un calendario dell’Arma, proverbialmente «nei secoli fedele», con la didascalia «Fedeli per un anno», aveva commentato, facendo storcere la bocca a un carabiniere: «Vi compromettete meno …».
Ma, in realtà, il problema non è il tempo, ma a chi obbedire. Mio padre l’avrebbe scoperto, con dolore e rimorso, quando con poche migliaia di superstiti cercava disperatamente di ripercorrere nella neve e nel freddo la strada percorsa nell’estate del 1942, come ho raccontato in “Scampagnate in Russia“, l’intermezzo del saggio di “Revisioni” dedicato alla rappresentazione del sesso della donna, nel cui sottotitolo la guerra è definita la «cosa più stupida che l’uomo può fare dopo esserne uscito».
Nell’immagine:
Carlo Chiostri, illustrazione per “Pinocchio“, 1901.
( da www.it.wikipedia.org )
( 16 marzo 2015 )

Scomparse e ricomparse, 8884, Carlo Chiostri, illustrazione per Pinocchio

Sogni d’oro.
( Cartoline a Ponzone )

Di due, enormi, poeti dialettali romani ci sono rimasti i ritratti fotografici: Giuseppe Gioachino Belli e Carlo Alberto Salustri, più noto con lo pseudonimo “Trilussa”, il signore elegante ritratto in sella all’insolita bicicletta.
Sono stati entrambi poeti scomodi, perché non hanno avuto paura di svergognare il potere, che li ha ripagati, per farseli in qualche modo suoi, con due monumenti in marmo e due francobolli: l’importante, per il papa e il governante di turno, è che siano poco letti, soprattutto nelle scuole, le cui antologie sono il misero risultato dei salti mortali dei compilatori per renderle meno irriverenti possibile.
È per questa ragione che sono pochi i genitori che hanno letto ai propri figli questa insolita ninna nanna ( “La ninna nanna de la guerra“, 1914 ), che non è stata scritta per addormentare le menti ma per svegliarle:

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
Nell’immagine:
Carlo Alberto Salustri, Trilussa.
Fotografia della Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi.
( da “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio”, agosto 2008 )
( 15 marzo 2015 )

Sogni d'oro, 8888, Trilussa bici

 

Marziani.
( Cartoline a Ponzone )

Quando, prima o poi immancabilmente, un’allieva o un allievo mi chiedeva per quale squadra di calcio tenessi, rispondevo, con la precisa intenzione di scoraggiare sul nascere qualsiasi discorso sul calcio, gioco che non ho mai amato: «Genoa».
«Il Genova?» era l’allibito commento.
«No, il Genoa, Genova è la città», correggevo, adempiendo al mio ruolo di insegnante, e subito, approfittando dell’incredulità sgomenta di chi mi guardava come se fossi un marziano rincoglionito, a dimostrare che la mia era una scelta consapevole e non dovuta a sconfinata ignoranza, rinforzavo quella mia inaspettata risposta: «Ma lo sai che è la più antica squadra di calcio italiana?» Non lo sapevano, e la loro curiosità sulle mie preferenze calcistiche, come qualsivoglia discussione sul calcio, finiva lì, sopraffatta dall’amara constatazione che, sebbene mi riconoscessero di sapere un sacco di cose, e spesso molto di più delle mie reali conoscenze, di calcio evidentemente non capivo proprio niente.
Qualche anno fa, quando stavo lavorando a “Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto“, mentre stavo andando alla Camera del Lavoro di Milano, mi ha attraversato la testa un pensiero che mi aveva sorpreso, come se non fosse mio: a giudicare dal diluvio di parole, dette e stampate, spese per parlare di calcio, l’immagine dell’organo sessuale femminile, che era l’oggetto di quel saggio, sembrerebbe non interessare proprio a nessuno, perché non esisteva non dico qualcosa che somigliasse anche lontanamente alle interminabili accese discussioni al bar, alle rubriche televisive e a colonne e colonne di articoli sui giornali, ma non esisteva neppure un saggio per pochi intellettuali maniaci dedicato alla storia dell’immagine della vulva.
Credo proprio che l’entusiasmo di Ando Gilardi per quel mio saggio, che troppo generosamente aveva definito «un capolavoro epocale», fosse soprattutto dovuto al fatto che un lungo paradossale silenzio, affollato da innumerevoli immagini, era stato finalmente interrotto: da un “marziano”, grazie a un altro abitante del pianeta rosso che, prima di lui, aveva, per dirla biblicamente, “raddrizzato il sentiero”.
Nell’immagine:
Copertina di Charles Bukowski, “Storie di ordinaria follia. Erezioni Eiaculazioni Esibizioni“, Feltrinelli 2013, prima edizione 1975.
( “Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness“, 1972 )
( 14 marzo 2015 )

8582, Charles Bukowski, Storie-di-ordinaria-follia

 

L’immagine “spremuta”.
( Cartoline a Ponzone )

Il testo e l’immagine di questo post sono tratti da “Lo sciuscià di Daguerre e la finestra di Talbot ( In ricordo di Ando Gilardi, “eretico” della fotografia ), un capitolo di “Apologia di Plotino” ( Lost Dreams Editions, in preparazione) il sesto volume di “Revisioni”, i saggi iconologici sulle immagini della fertilità dedicati a Ando Gilardi.
«Mi è sempre piaciuto, fino da quando ero bambino, “spremere” le immagini, osservarle cioè con attenzione per cercare di tirare fuori tutto il succo che possono contenere. E sono convinto, oggi, che il significato principale di un’immagine, ( o meglio i significati che le si possono arbitrariamente attribuire, come mi ha insegnato Ando Gilardi una fredda sera di inverno di tanti anni fa in una scuola della periferia milanese che avevo deciso di raggiungere, invece di rincoglionire in poltrona davanti al televisore, attratto irresistibilmente dal titolo dell’argomento che avrebbe trattato: “Meglio ladro che fotografo” ) derivi anche dagli elementi secondari da cui è composta.
Questo vale, ovviamente, soprattutto per le immagini manuali, dove ogni particolare è stato incluso intenzionalmente da chi le ha realizzate. Per quelle totalmente automatiche bisogna fare una distinzione: fra quelle che sono state “costruite” dietro la regia del fotografo e le cosiddette istantanee, cioè quelle prelevate dalla realtà senza alcuna “messa in posa”, che comunque non sono, anche nel caso in cui la fotografia sia stata presa all’insaputa del soggetto, totalmente estrannee a una qualche forma di regia: fra questi due estremi c’è un’ampia gamma di sfumature.
Quando frequentavo le scuole elementari, avevo già messo a frutto questa tecnica di “spremitura” per guadagnarmi il superfluo. Sprovvisto di qualsiasi paghetta genitoriale, mi procuravo merendine, razzetti, fulminanti, figurine e altri piccoli deliziosi oggetti, raccontando ai compagni, nel dopopranzo di pomeriggi piovosi, storie che mi inventavo di sana pianta.

Di vero c’era il titolo e l’immagine di copertina del libro ispiratore: ricordo ancora, anche se ho dimenticato la “trama”, di avere raccontato “Cartagine in fiamme” di Emilio Salgari, senza averne letto un solo rigo ( da grande avrei scoperto che anche lo sfortunato scrittore non aveva mai visto i luoghi esotici descritti nei suoi romanzi ). Mia madre si era giustamente preoccupata per quei miei piccoli beni e, non fidandosi della mia spiegazione, aveva voluto parlare con il fratello cristiano che si occupava della mia educazione, e fratello Aurelio, che talvolta assisteva alle mie narrazioni pomeridiane, ne aveva confermata la legittima provenienza.
Ma veniamo all’immagine riprodotta nella pagina precedente. Gilardi è stato ritratto nel suo studio a Ponzone, uno studio che ho visitato, in fotografia, decine di volte. Nello squarcio della finestra alle sue spalle si vede una fotografia che conosco bene: gliel’ha fatta una «bella ragazza» di Serravalle all’indomani della fine della guerra di Liberazione. Nella parete accanto, una fotografia insieme ai compagni di classe quando frequentava le elementari. Dovunque oggetti sparsi in un disordine che incuriosisce: una stella cometa di brillantini, rosari, libri. Sullo schermo del computer una pagina del saggio sulla rappresentazione del sesso della donna che gli avevo inviato perché potesse scriverne la nota introduttiva, la custodia è sul tavolo alla sua sinistra. Sulla tastiera un foglietto, per segnare forse qualche appunto che su un libro cartaceo avrebbe scritto a margine con la matita. Un ultimo, ma, secondo chi scrive, più significativo particolare: il computer è stato spostato per permettere che la fotografia registrasse anche l’immagine che Gilardi stava guardando. È ovviamente impossibile stabilire se sia stato lui a muoverlo o l’abbia fatto dietro richiesta del fotografo: quello che conta è che anche con questa immagine l’ “eretico della fotografia” abbia voluto riconfermare la sua guerra contro l’ “ortodossia iconica” sostenuta con coerenza e fermezza da quando il Maestro ha deciso di occuparsi di quanto sapeva testimoniare l’immagine totalmente automatica».
Nell’immagine:
Ando Gilardi nel suo studio a Ponzone, 2011.
( da www.clickblog.it/galleria/intervista-ando-gilardi-della-fototeca-storica-nazionale )
Chi legge ci faccia caso: l’immagine che Ando Gilardi stava guardando sul monitor del computer è una moderna declinazione, totalmente automatica, dello stesso soggetto pubblicato nei due post precedenti. È cambiato il materiale e la tecnica di produzione, ma soprattutto è cambiato il supporto iconico, grazie al quale l’immagine della donna che mostra il sesso assume una valenza semantica diametralmente opposta: ed è questo a mio avviso, lo ripeto, uno dei principali insegnamenti del “fotografo” di Arquata Scrivia.
( 13 marzo 2015 )

3584, Ando Gilardi studio Ponzone,copia lavoro

La realtà «degenerata».
( Cartoline a Ponzone )

Ando Gilardi, che i nazisti avrebbero con soddisfazione pari alla loro ignoranza bollato come un fotografo giudìo «degenerato», ha avuto il merito e l’ancora poco riconosciuto coraggio di scrivere che i principali, di cui uno quasi sempre inconfessato, scopi dell’immagine totalmente automatica erano di fotografare i propri cari, sé stessi e la fertilità: immagini, queste ultime, che i benpensanti borghesi con sottigliezza bizantina amano distinguere come galanti erotiche e pornografiche. Chi ha tempo e voglia provi, se non l’ha già fatto, ad andare a sfogliare in una libreria qualche ponderosa storia della fotografia e potrà accertarsi di quanto fosse “degenerata” l’opinione di quel fotografo ebreo.
Endre Erno Friedmann, un fotografo ebreo famoso, con lo pseudonimo Robert Capa, per tante sue immagini di guerra, sosteneva che se una fotografia non era “buona” era dovuto al fatto che il fotografo non era stato abbastanza vicino a quanto voleva riprendere. Anche le in genere noiose storie della fotografia non sono “buone”, perché troppo lontane dalla realtà: in ossequio alla dominante quanto devastante e, lei sì, degenerata visione cristiana della vita e degli atti che la riproducono, gli storici fanno finta, anche se poi talvolta le nascondono nel cassetto della scrivania, che le immagini totalmente automatiche della fertilità non esistano. Dai giudici generosi di un Tribunale Iconico potrebbero essere condannati per reticenza, ma per Ando Gilardi la colpa di cui si sono macchiati è la falsificazione della storia, un negazionismo altrettanto squallido come quello di chi sostiene che non ci sia stato lo sterminio nazista, con un piccolo raffazzonato contributo fascista, delle minoranze culturali politiche etniche religiose e sessuali.
Nell’immagine:
Esibizionista, XIII secolo.
Chiesa di Sainte-Radegonde, Poitiers ( Vienne ), Francia.
( da www.beyond-the-pale.org.uk )
Sculture come questa, numerose quanto in genere sconosciute, visibili generalmente sulle pareti esterne delle chiese romaniche, hanno la funzione di visualizzare ciò da cui il cristiano deve tenersi lontano per non rischiare di dannarsi l’anima.
( 12 marzo 2015 )

44 esibizionista Poitiers