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Uno scandaloso cortocircuito.
( Cartoline a Ponzone )

Fra le tante immagini, manuali e fotografiche, riprodotte nel saggio che ho dedicato alla rappresentazione del sesso della donna – per usare le parole che Ando Gilardi mi ha regalato per introdurre nell’insolito argomento chi avesse voluto leggerlo e guardarlo: «nel DVD dell’amico Nello praticamente si vede e si legge di una cosa sola, della Vagina» – che considero tutte, anche quelle un po’ “volgari” inserite per amore di completezza iconica, un dovuto omaggio a quella che il mio amico iconologo riteneva giustamente l’immagine delle immagini, le sole immorali violente e sporche sono due fotografie che documentano la terribile pratica dell’escissione clitoridea: a danno di una ragazza e una bambina di pochi mesi.
Quelle immagini diventano ancora più insopportabili se paragonate a come consideravano la sessualità gli abitanti delle Hawaii, prima che il capitano James Cook sbarcasse in quelle isole insieme alla cultura occidentale: sebbene possa sembrare forse incredibile, prima dell’arrivo della morale evangelica, «i bambini hawaiani venivano addestrati a godere dei loro genitali attraverso massaggi e la stimolazione orale» ( Frans de Waal,”Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati“, Raffaello Cortina Editore 2013, p. 220 ).
Oltre ovviamente a quanto è stato otticamente registrato, lo scandalo generato da quelle inguardabili immagini oscene è dovuto alla presenza di un essere “umano” dietro all’apparecchio fotografico, al cortocircuito provocato da una vecchia pratica inumana, non ostacolata dalla religione, documentata con la più moderna tecnica per produrre immagini, o, meglio, rappresentare la realtà.
È la paura della donna, e ovviamente del suo sesso, unitamente alla volontà di controllare la donna ritenuta una proprietà maschile, privandola del piacere sessuale per maggiormente garantire la paternità dei figli, ad avere suggerito la terribile pratica dell’escissione clitoridea, dagli ignoranti accostata alla circoncisione ebraica, in quanto credono che anche questa possa pregiudicare il piacere sessuale.
Nell’immagine:
Modiglione della Chiesa SS. Mary and David’s.
Kilpeck, Herefordshire, Midlands Occidentali ( Inghilterra ).
Fotografia di mclarenjk, 2008.
( da www.flickr.com )
È la più famosa “esibizionista” medievale. Comunemente note col nome Sheela-na-gig, sculture simili, ma dal significato diverso a seconda del supporto, sono diffuse in Irlanda Inghilterra Francia e Spagna.
A queste insolite sculture ho dedicato il capitolo Apotropaiche davvero diaboliche in “Aniconismo e rappresentazione del gioiello discreto, Lost Dreams Editions 2010.
( 10 marzo 2015 )

Uno scandaloso cortocircuito, 3282-Sheela-Kilpeck-RITA facebook

Distacchi.
( Cartoline a Ponzone )

Non pochi preferiscono ancora credere, se non altro nel subconscio, che siamo stati creati da Dio, anche se non proprio nel modo ingenuo narrato dal mito biblico: e comunque anche una paradossale cosmogonia è preferibile a una inquietante parentela con delle scimmie antropomorfe.
Tempo fa, la scienza riteneva che il distacco dell’homo sapiens da quelle fosse avvenuto venticinque milioni di anni fa. Tre secoli dopo, la scoperta e la lettura del DNA ha ridotto il tempo di quel distacco a sei milioni di anni fa: nell’albero dell’evoluzione, il lungo ramo dell’homo sapiens si è accorciato di poco meno di tre quarti.
Leggendo la Storia sociale della fotografia di Ando Gilardi si viene a sapere che il distacco della fotografia dalle immagini manuali sarebbe potuto avvenire, se se ne fosse avvertita l’esigenza, molto tempo prima del 1839, perché non sarebbe stato in fondo difficile riuscire a portare fuori dalla camera oscura l’immagine effimera da tempo conosciuta e utilizzata per tracciare visioni prospettiche.
L’analfabetismo fotografico di cui si lamentava Ando Gilardi era dovuto al fatto che per tanti il distacco della fotografia era come se non fosse mai avvenuto, perché alla fotografia non riconoscevano alcun rapporto con le immagini che l’avevano preceduta: come per l’uomo biblico, ritenuto una creazione a parte.
Di contro, all’immagine fotografica non è stata riconosciuta l’intelligenza che l’uomo, essendosi rifiutato per millenni di riconoscerla agli animali, ha creduto fosse una sua dote esclusiva: riguardo all’albero iconico, la comparsa dell’ immagine “sapiens” di fatto è stata negata.
Il mancato riconoscimento di questi distacchi, dell’uomo dalle scimmie antropomorfe come della fotografia dalle immagini manuali, è avvenuto in parte per ignoranza e in parte, come scrive Frans de Waal per il primo, ma è un giudizio estendibile anche alla seconda, per «evitare grane con il Vaticano» ( Frans de Waal, Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, Raffaello Cortina Editore 2013 ).
Come Charles Darwin ha turbato profondamente l’ideologia cristiana, creando forti e tuttora vive resistenze, la fotografia ha da tempo sconvolto, anche se tanti non se ne sono accorti, la struttura dell’albero iconico vecchio di almeno 40.000 anni, riproponendo, e per tanti può sembrare una “bestemmia”, una versione tecnicamente avanzata, e per quanto riguarda quella digitale addirittura “futuribile”, del vecchio tentativo di produrre sulle pareti delle caverne un’immagine intelligente: perché le prime immagini si sforzavano di essere delle fotografie, di riprodurre fedelmente la realtà. Poi, per millenni, come ci insegna la storia dell’arte, il compito principale loro affidato sarà di nasconderla, per giustificare il potere religioso e politico.
Nell’immagine:
Un geniale fotomontaggio del David di Michelangelo realizzato da Piero Raffaelli, uno dei collaboratori di Phototeca.
( da Phototeca n. 6, 1981 ).
Ando Gilardi si divertiva non poco a “ritoccare” le opere d’arte considerate “sacre” e quindi degne del massimo rispetto, in certi casi di venerazione, nella convinzione che le fotografie di quelle “profanazioni”, di quelle opere “sconsacrate”, avrebbero saputo suggerire la realtà che le immagini nascondevano dietro l’inganno della bellezza.
( 9 marzo 2015 )

8095, Michelangelo, Davide ritoccato

L’Albero della Vergogna.
( Cartoline a Ponzone )

Non vorrei passare per un vecchio contestatore sessantottino, ma resto dell’idea che solo chi ha la pancia piena possa davvero credere che sia un’operazione intelligente, in una Esposizione ( e finiamola una buona volta di chiamarla, alla francese, Expò ) sul problema del nutrimento mondiale, spendere un sacco di denaro per costruire un paradossale “Albero della vita”. Nonostante le critiche di quanti erano contrari a questa declinazione nostrana della Tour Eiffel, gli organizzatori dell’Esposizione, dopo averci pensato bene, hanno deciso che questa opera era necessaria: se non proprio a nutrire il pianeta di sicuro a gonfiare il portafoglio di qualcuno.
Ci hanno rotto le palle da miglia di anni con l’Albero della conoscenza del bene e del male, per giustificare, a causa della sua inaffidabilità, l’estromissione della donna dalla gestione della politica e della religione: migliaia e migliaia di immagini hanno visualizzato quell’antica “colpa” femminile di cui il “povero” Adamo sarebbe stato vittima ( quando insegnavo, per denunciare i danni culturali creati da quel mito, buttavo ogni tanto nei discorsi qualche «Porco Adamo», che divertiva e scandalizzava le allieve e gli allievi, abituati alla scontata “maialitudine” femminile ).
Fra qualche mese, se i responsabili riusciranno a portare a termine i progetti, migliaia e migliaia di fotografie visualizzeranno una colpa non mitica, un’imperdonabile offesa nei confronti di popolazioni che soffrono per la denutrizione, ma questa volta i reali colpevoli, a differenza del femminile capro espiatorio, non saranno rappresentati, per essere additati al pubblico biasimo, accanto all’Albero della Vergogna.
Nell’immagine:
Lorenzo Maitani, Il peccato originale, 1330 circa.
Orvieto, Duomo.
( da wikipedia )
Fra le numerosissime immagini che presentano la “colpa” femminile, quella scelta per illustrare questo post si differenzia per un particolare: è una delle rarissime immagini del “Peccato originale” in cui è rappresentato l’irrappresentabile sesso della donna.
( 8 marzo 2015 )

1168-Duomo-di-Orvieto--Pecc

 

Con le forbici.
( Cartoline a Ponzone )

In fondo, la soluzione del problema, come era solito dire un operaio conosciuto negli anni Settanta, quando lavoravo nei “Corsi 150 ore”, «è a monte». Anche se la sostanza del problema, che, in questi anni di squallide scelte politiche, si è, volendo usare una terminologia fotografica, sempre più sfocata, è piuttosto semplice: si tratta di scegliere da che parte stare, facendo finta che lo stronzo che ha inventato la parola “bipartisan” non sia mai esistito. Che è quanto hanno fatto – leggendo il Vangelo, componendo canzoni, prelevando immagini ottiche dalla realtà – un «prete di strada», un poeta sincero e un «fotografo scalzo»: tutti e tre accomunati anche dall’avere amato profondamente Genova.
Sto pensando a Don Andrea Gallo – l’insolita qualifica è incisa sulla targa stradale che gli è stata recentemente dedicata – a Fabrizio De André, e a Ando Gilardi, che, riferendosi al suo lavoro fotografico degli anni Cinquanta nel Sud d’Italia, amava definirsi, «forse con un pizzico di civetteria ma certo anche con malcelato orgoglio, un ‘fotografo scalzo’, come, nella Cina di Mao Tse Tung, qualche anno dopo, si definirono ‘medici scalzi’ quelli che andavano in campagna, con una borsa povera di attrezzi, a curare slogature e ferite da lavoro, raffreddori e febbri maligne. Medici ‘condotti’, compresi della difficoltà di vivere e di lavorare, complici dei loro pazienti perché, alla fin fine, si trovavano, ‘scalzi’, ad affrontare la stessa durezza di vita. Ando Gilardi come ‘fotografo condotto’ quindi, catapultato nelle realtà dure e difficili di un paese uscito in ginocchio dalla guerra, ‘fotografo condotto’ come testimone e documentarista, ma anche partecipe e ‘complice’ delle condizioni di vita che andava fotografando» ( da http://sdz.aiap.it/notizie/11584 ).
Ma questi tre “genovesi”, di nascita o di elezione, sono soprattutto avvicinati dall’avere ritagliato una parte della realtà per farne l’oggetto del proprio interesse: quella di chi ha perso, di chi non ha storia, se non quella falsa o reticente scritta e illustrata dai servi dei vincitori.
Per diventare «prete di strada», Don Andrea Gallo ha dovuto ritagliare solo le pagine delle Scritture consoni alla “sua” religione, che gli imponeva la gioia di farsi fotografare con le prostitute e i viados, le stesse “donne di strada” cantate – insieme ai personaggi del Vangeli apocrifi, i testi che sono stati tagliati perché ritenuti indegni di fede – da Fabrizio De André con amore riconoscente.
Come è stata, insieme alla condivisione di solo alcune pagine dei testi della religione dei suoi antenati, la scelta di cosa o meglio di chi fotografare, e di come studiare le immagini, che ha fatto di Ando Gilardi, per tutto il tempo della sua lunga vita, un «fotografo scalzo»: cioè scegliendo quale realtà ritagliare nel mirino del suo apparecchio fotografico, come scegliendo di studiare le immagini ottiche della fertilità, della sessualità che Don Andrea Gallo, pur astenendosene, avendola tagliata via dalla sua vita in obbedienza alla fede in cui era nato, riconosceva, come Fabrizio De André, anche nelle forme più disprezzate dal perbenismo borghese e religioso.
Nell’immagine:
Il 18 luglio 2014 è stata intitolata a Don Andrea Gallo la piazza più grande dell’area del Ghetto di Prè, racchiusa tra via Lomellini e via delle Fontane.
( da “Il Secolo XIX”, Facebook 19 luglio 2014 )
( 5 marzo 2015 )

Con le forbici, 8052, Don Gallo, targa stradale

Segni “collaterali”.
( Cartoline a Ponzone )

È noto che gli sporcaccioni ipocriti chiamano “effetti collaterali” le impreviste vittime civili dei bombardamenti che non si vergognano di definire “intelligenti”. Sono, queste, spiegazioni di una vergognosa realtà che si sforzano, ad uso degli stupidi e di ecolalici ignoranti, di coprire con una coperta troppo corta.
Chi fotografa seriamente è perfettamente consapevole che l’immagine più intelligente scoperta dall’uomo deve spesso fare i conti con dei, chiamiamoli così, segni “collaterali”, imprevisti, indesiderati, di cui non ci si è accorti quando l’immagine è stata prelevata o che era impossibile escludere dall’inquadratura: si pensi a una telecamera appoggiata su una roccia, la cui cancellazione era costata a un fotografo un contratto di lavoro, o ai cavi elettrici che fanno dannare chi fotografa le architetture urbane.
A questi comunissimi segni indesiderati, talvolta sfruttati ad arte – si veda, per esempio, la fotografia di Fulvio Bortolozzo, «dedicata all’amico Efrem Raimondi», pubblicata in Quelli con le idee in movimento …, Facebook, 12 gennaio 2015:
«E poi c’è il mio cielo di Milano.
Che adesso vedo anche da lontano.
Non è lo stesso delle nebbie infantili e del Duomo nero, quando proprio il cielo non c’era.
Sto camminando e me lo godo.
Vedo cavi che lo tirano da tutte le parti, e croci d’acciaio: un groviglio che non so descrivere.
Ma che so fotografare».
( Efrem Raimondi, “Il cielo che c’è”, 12 gennaio 2015, http://blog.efremraimondi.it/il-cielo-che-ce/ ) ; e si veda la fotografia panoramica di Piazza Cordusio a Milano, di Giorgio Giovanni Maria Jano e Pierpaolo Ottaviano pubblicata circa un anno fa in WE DO THE REST, dove i segni “collaterali” sono diventati in parte il soggetto delle immagini – a questi comunissimi segni indesiderati, talvolta sfruttati ad arte, si aggiungono talvolta dei segni “collaterali” devastanti: come il cretino che si sporge per essere illuminato dal flash con cui Weegee preleva l’immagine di un uomo ucciso per strada, coperto dalle pagine di un giornale, o la coppia di tedeschi cretini sorridenti in un fotografia che mostra, la mattina successiva alla “Kristallnacht”, le vetrine di un negozio ebraico infrante dai nazisti.
Ma, talvolta, come nel caso dell’immagine qui riprodotta, i segni “collaterali”, che a prima vista sembrano disturbare, a una visione più attenta possono anche rivelarsi come elementi che permettono una “lettura” della realtà più ricca di quella che il fotografo, fotografando le vetrine distrutte dai nazisti, aveva creduto di documentare.
Nell’immagine:
Vetrine di negozi di ebrei infrante nella Notte dei Cristalli.
Magdeburg, 10 novembre 1938.
Bundesarchiv Bild 146-1970-083-42.
( da www.wikimedia.org )
( 2 marzo 2015 )

Segni collaterali, 8505, Kristallnacht, vetrina, Bundesarchiv_Bild_146-1970-083-42,_Magdeburg,_zerstörtes_jüdisches_Geschäft

 

Fulvio Bortolozzo, «dedicata all’amico Efrem Raimondi», pubblicata in “Quelli con le idee in movimento …”, Facebook, 12 gennaio 2015

8675, Fulvio Bortolozzo, cavi elettrici

 

Giorgio Giovanni Maria Jano e Pierpaolo Ottaviano, Piazza Cordusio, Milano 2013.
L’immagine, pubblicata nel libro Piero Ottaviano e Giorgio Jano, “Torino Milano ( cinquanta fotografie senza mirino )”, Musumeci Editore 2014, è stata postata su WE DO THE REST nel 2014.

8687, Giorgio Jano, Piazza Cordusio

 

Nouvelle cuisine.
( Cartoline a Ponzone )

Con la speranza che Mauro Thon Giudici non legga questo post, confesserò che il venerdì, e solo il venerdì, acquisto “la Repubblica”, per leggere, nell’omonimo allegato, il Contromano di Curzio Maltese, gli Indizi visivi di Filippo Ceccarelli, e, ma non sempre, La mia Babele di Corrado Augias e le Questioni di cuore di Natalia Aspesi.
Nel numero uscito in edicola il 13 febbraio 2015, la simpatica giornalista, oltre a occuparsi degli invisibili problemi dell’amore, dedica un articolo alla più visibile “pornografia” soft, quella, per intenderci, che, avendo scelto di alludere più che mostrare, può essere ospitata nelle sale cinematografiche “normali”: Grigio sfumato, ecco perché l’eros al cinema non emoziona più.
Nell’articolo, la giornalista ricorda gli anni in cui le pellicole, firmate da registi italiani di fama internazionale, suscitavano «censure e interventi politici oltre che vescovili», e mi sono ricordato del cardinale Francis Joseph Spellman, che, in una sua omelia del 1957, nella cattedrale di Saint-Patrick, si era scagliato contro Baby Doll, un film da cui era stato profondamente turbato: «Celui qui osera voir ce film, ou encore qui osera lever les yeux sur cette femelle impudique, commetra un péché mortel, car jamais – dans ce pays qui craint Dieu – on n’avait vu quelque chose d’aussi révoltant, dégoûtant, voire immonde» ( citato da Lo Duca, L’érotisme au cinéma, III, Jean-Jacques Pauvert 1964 ); e di una lunga coda, in Via XX settembre, tanti anni fa a Genova, per vedere lo scandaloso film di Bernardo Bertolucci, quell’ Ultimo tango a Parigi ( Italia/Francia 1972 ) che qualche anno dopo avrebbe conosciuto l’onore del rogo laico, film che mostrava, sono parole della Aspesi, «una sodomizzazione del resto praticata dal meraviglioso Marlon Brando, che suscitò il massimo scandalo ma anche molti sospiri non solo femminili».
Sarà, anche se non sono per niente d’accordo: in primo luogo perché la sodomizzazione è solo velatamente suggerita dalle immagini, e poi, e soprattutto, perché il vero scandalo del film, secondo me, risiede nella sessualità “assoluta” dei protagonisti, nel desiderio di volersi conoscere solo sessualmente, traducendo per una volta in realtà una delle innumerevoli fantasie che credo abbiano traversato la mente di tutte e tutti ( quel tipo di fantasia che Erica Jong nel suo Paura di volare, del 1973, aveva definito «scopata senza cerniera» ): il finale tragico è provocato dal protagonista, inconsapevole che la fantasia non può “sporcarsi” con la realtà.
Ma se l’amore non è facile da capire, la sessualità non è certo un gioco da ragazzi, anche se la loro è forse l’età in cui è più piacevole “giocarla”: voglio dire che la giornalista, addentrandosi nel dominio della rappresentazione della sessualità, non mi sembra proprio trovarsi a suo agio come quando scrive di sentimenti, per cui, terminata la lettura sull’ultimo film scandaloso apparso nelle sale, 50 sfumature di grigio, ci si sente come dopo aver gustato un piatto della “nouvelle cuisine”: cioè con la spiacevole sensazione di non avere mangiato.
Se si decide di trattare un argomento «disdicevole», come l’aveva definito Sigmund Freud, credo sia corretto trattarlo con franca onestà, senza girarci intorno: come ci aveva suggerito anni fa Nanni Moretti, quando, essendogli stato chiesto se preferiva l’erotismo o la pornografia, aveva risposto che preferiva «senza dubbio» la seconda.
Nell’immagine:
Indice del sesto volume di “Revisioni. Saggi iconologici sulle immagini innocenti dedicatati a Ando Gilardi”, di prossima pubblicazione: Nello Rossi, Apologia di Plotino. Polisemia della rappresentazione teatrale per eccellenza, ovvero lo spontaneo, subìto o casuale sollevarsi delle vesti femminili, con un intermezzo sulle immagini della Venere stanca e le sue prevedibili declinazioni.
( 1 marzo 2015 )

8627, Indice Apologia di Plotino

Miseria della pornografia.
( Cartoline a Ponzone )

Quello che segue, con lo stesso titolo, è un appunto di tanti anni fa, quando l’immagine digitale era ancora solo nella mente dei cibernetici, un’idea per un articolo di Fhototeca che non è stato mai scritto.
«Cinema Hermes, Milano, via Daniele Crespi, una gelida sera di dicembre. “Double fiction”, due spettacoli in uno. È una serata scazzata, ti va di assentarti per qualche ora. «Ha per caso duemila lire?» chiede l’attempata e impassibile cassiera, apparentemente venditrice di merce neutra, usuale, mentre dagli spessi tendaggi fuoriescono nemmeno troppo ovattati gemiti di piacere. Fingi di non sentirli o di avvertirli come quotidiane ovvietà. «Forse sì, … sì». «Non si staccano», dice mentre armeggia con l’indocile blocchetto dei biglietti, «è il freddo che secca le mani». Te l’eri prefigurata una breve e asettica contrattazione, un inevitabile scotto da pagare, possibilmente con un uomo, e per un pelo non si è andato a parlare dei propri guai.
Nella sala un freddo polare: si vede che il gestore confida sul potere calorico delle immagini. Appena gli occhi si sono abituati all’oscurità, mi metto alla ricerca di un posto. Lo voglio isolato: non mi va di avvertire la nervosa eccitazione di qualche spettatore o movimenti non immediatamente classificabili. Assistere alla visione di un film porno è sempre una “double fiction”, anche quando proiettano solo una pellicola, perché di spettacoli ne vedi comunque sempre due: quello riflesso dallo schermo e quello che si svolge in sala».
Il titolo di questo post è una declinazione del saggio pubblicato da Karl Marx nel 1847: “Miseria della filosofia“. L’ accusa rivolta dal filosofo ebreo tedesco ai precedenti filosofi di avere cercato di capire la realtà invece di cambiarla potrebbe essere estesa anche ai fabbricanti e ai consumatori delle immagini della fertilità, che potranno essere prodotte e consumate per quello che sono solo quando saranno state liberate dall’ignominia gettata loro addosso da fedeli che considerano la sessualità un male e, essendosi da secoli alleati con i poteri costituiti, e avendo avuto la presunzione di avere trovato la “vera” realtà, hanno creduto di avere il diritto di reprimere il desiderio sessuale e di soffocare il dissenso nel sangue dei contadini e degli operai.
Fino a che non sarà stata liberata dal peso del “peccato”, l’immagine fertile, come l’ha definita stupendamente Ando Gilardi, sarà sempre avvertita e consumata come una immagine misera, cui, non diversamente dal disprezzato indigente privo del necessario per vivere decorosamente, non è riconosciuta “dignità”: perché alle fertili – non contando ovviamente quelle orripilanti che piacciono alla sessualità gravemente disturbata del pedofilo, che non interessano l’iconologia ma il disagio mentale – non è riconosciuta la dignità iconica comune a tutte le altre immagini: anche a quelle che visibilmente ne sono indegne, come le infestanti immagini della violenza, che solo una paradossale abitudine ce le rende familiari, «quotidiane ovvietà».

Nell’immagine:
Pornografia sacra. Basterebbe solo questa immagine per riconoscere il genio del grandissimo «scultore».
Michelangelo Buonarroti, Il peccato originale, 1509, particolare.
Palazzi Vaticani, Cappella Sistina.
Riproduzione in negativo, desaturata, di una fotografia eseguita dopo l’ultimo restauro.
Nei primi anni Settanta, Ando Gilardi aveva iniziato a pubblicare, su periodici dedicati alla fotografia, alcuni negativi di vecchie immagini ottiche della fertilità, confidando sul fatto che ai censori analfabeti iconici, grazie al tempo e all’inversione dei toni, sarebbero risultate meno “pornografiche”.
( 28 febbraio 2015 )

Miseria della pornografia, 177-Michelangelo,-pec-or-PP NEGATIVO

«Les anthropologues!!!»
( Cartoline a Ponzone )

Se dovessi spiegare a dei giovani in poche parole cos’è l’antropologia, direi loro che è la scienza, inventata da popoli che si credono civili, che studia popolazioni ritenute non civili. Ma aggiungerei subito che in realtà il problema è più complesso, o meglio, l’ambizione di quella scienza è molto più vasta, come suggerisce l’etimologia delle due parole greche che formano la parola: la scienza che studia l’uomo, anche se poi questa, come si è detto, preferisce rivolgersi a culture meno sviluppate, perché ritenute più facili, e meno imbarazzanti, da studiare.
La deliziosa vignetta riprodotta in questo post ironizza in maniera splendidamente sublime sulla superiorità che gli antropologi si autoriconoscono e sulla disponibilità a riconoscerla da parte delle popolazioni “incivili”, in cambio della loro attenzione e di qualche prodotto della tecnologia occidentale: e fa ridere, perché presenta questo rapporto come una messa in scena, un gioco delle parti le cui regole sono dettate dagli “incivili”.
Fra i tanti lavori, Ando Gilardi ha svolto anche quello di fotografo al séguito degli antropologi: senza andare troppo lontano fra aborigeni “incivili”, tagliatori di teste che nulla sanno della Rivoluzione francese, documentava otticamente per Emilio Servadio, Tullio Seppilli e Ernesto De Martino le ricerche sulle popolazioni meridionali, che, data la vicinanza spaziale e culturale, rientravano in una scienza parente: l’etnologia, che è un po’ l’antropologia che studia “parenti” meno “civilizzati”.
Grazie alla fotografia e a internet si può fare dell’antropologia anche non spostandosi affatto, restando seduti davanti allo schermo di un computer: come ha riconosciuto Felice Accame, un intellettuale di grande levatura, ideatore, insieme a Carlo Oliva, persona di rara intelligenza e cultura, de La caccia. Caccia all’ideologico quotidiano, una rubrica radiofonica di Radio Popolare che rendeva decisamente più sopportabile l’opprimente atmosfera domenicale. In risposta a un dono libertino e licenzioso che gli avevo inviato qualche Natale fa, una copia de Il bosco incantato, così mi aveva risposto il 15 aprile 2010: «Caro Nello Rossi, la ringrazio dell’invio dei suoi appunti per una morfologia della pornofiaba. Trattasi di opera che, punto di vista antropologico alla mano – analizzando immagine per immagine per ricondurle al relativo quadro ideologico -, potrebbe assumere carattere monumentale. Attendiamo pertanto che gli “appunti” si trasformino nel “testo”, su cui fare le immancabili “glosse”. Ringraziandola della fiducia le invio i miei più cordiali saluti».
Le adulte e gli adulti che non sono prevenuti verso le immagini della fertilità possono scaricare gratuitamente il saggio “antropologico”, come tardiva strenna natalizia, dal sito Lost Dreams Editions ( www.lostdreamseditions.it ).
Nell’immagine:
La vignetta di cui si dice nel testo.
( da Kara Cooney-Egyptologist, Facebook, 8 settembre 2014 ).
Ringrazio Mauro Thon Giudici per avermela fatta conoscere.
( 27 febbraio 2015 )

8173, Gli antropologi

Freudiani.
( Cartoline a Ponzone )

A guerra finita, il disprezzo viscerale di Carlo Emilio Gadda per Mussolini aveva trovato uno sfogo verbale nel suo Eros e Priapo ( scritto nel 1945 e pubblicato da Garzanti nel 1967; leggo su Wikipedia che nel 2013 Adelphi ne ha pubblicato una versione non censurata ). Strano pamphlet, in cui le “fotografie” mentali dell’ingegnere, che tracimano, insopportabili, dalla memoria, possono essere “osservate” dall’autore solo se deformate da un pesante “ritocco” verbale: il linguaggio arcaico con cui Gadda cerca di allontanare l’incredibile volgarità la saccenteria e la supponenza di un maestro che non si era accontentato di rovinare solo un po’ di allievi.
Penso che Ando Gilardi certamente abbia disprezzato più di Gadda, e con buone ragioni, chi, oltre a avere trascinato nella rovina un paese, si era reso corresponsabile della persecuzione della comunità cui apparteneva per nascita. Ma, per liberarsi da un peso enorme sullo stomaco, non ha scritto un pamphlet per pochi, un testo di difficile lettura e ardua decifrazione. Ha fatto una scelta diversissima e enormemente più efficace. Per denunciare le stesse vergogne, insieme a quella di cui l’ingegnere si era dimenticato, la Shoah, si è servito del “linguaggio”, più semplice e popolare, delle immagini.
La chiave interpretativa di “Eros e Priapo” è freudiana: secondo Gadda, l’Italia si era fatta «invulvare» da Mussolini. Gilardi, che era un sincero e dichiarato ammiratore di Freud, ha cercato per tutta la vita di farci capire quali erano le immagini davvero oscene da cui difenderci, e si è servito di “Eros” e “Priapo”, cioè delle immagini erotiche e di quelle pornografiche, da lui accomunate come «immagini della fertilità», per richiamare il nostro interesse, così facendoci capire che l’oscenità – quello cioè che non si può mostrare, come dice la parola, sulla scena del teatro – non è quella che ci hanno insegnato a credere tale. L’oscenità, quando Gilardi era giovane, era quotidianamente mostrata nelle scuole di ogni ordine e grado: tanti insegnanti non si erano vergognati di mostrarla, come fosse un valore degno di essere appreso. Una seconda guerra mondiale e una seconda guerra civile sono stati i risultati di quella oscena didattica.
Questo post è dedicato a Simone Barbagallo, per un motivo che lui sa.

Nell’immagine:
Ando Gilardi nel suo studio a Ponzone ( Alessandria ).
Fotografia di Pino Bertelli, 2011.
( da www.pinobertelli.it )
( 24 febbraio 2015 )

Freudiani, 7610, Ando Gilardi, foto Pino Bertelli

 

 

Dati sensibili.
( Cartoline a Ponzone )

Le informazioni contenute nella Carta di Identità – da cui solo pochi anni fa è stata soppressa l’odiosa dichiarazione della paternità, per cui, al posto di un nome, qualcuno era costretto a vedere scritto l’acronimo “N.N.” ( non nota ) – si preferisce di solito tenersele per sé, e comunicarle, tutte o in parte, a chi vogliamo noi.
È sempre particolarmente sgradevole, anche per chi è consapevole di non avere commesso alcun reato, dover mostrare quel documento dietro richiesta di un tutore dell’ordine, come mostra in tutta evidenza l’espressione contrariata fermata nella fotografia che illustra questo post.
A quelle “fotografie didascalizzate” che siamo obbligati a portare sempre con noi, ho dedicato, anni fa, uno studio semiserio, L’anagrafico birichino, un allegato a Il bosco incantato, qui non pubblicabile per la presenza di alcune immagini fertili.
Ne riporto un brevissimo estratto:

“Nata a?”
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove il Po discende
per aver pace
…”
“Scusi, ma non ce l’ha un nome il paese, la città dove …”
“Sì … Rimini …”
“Signorina, mi scusi eh, se l’ho interrotta, ma sa, dipendesse da me, farei volentieri quattro chiacchiere, ma vede, c’è la gente che aspetta, poi diventano nervosi … scusi ancora eh. Allora, mi diceva, Ri-mi-ni. Cittadinanza?”

Chi fosse interessato a leggere le mie riflessioni su quel documento portatile, che ha dotato tutti di un ritratto fotografico, pagato da qualcuno, grazie alle vergognose leggi razziali, con la vita, potrà scaricarlo gratuitamente dal sito www.lostdreamseditions.it.
Nell’immagine:
Milano, Piazza della Scala, 1946.
( Fotografia dell’Archivio Giancolombo )
( 23 febbraio 2015 )

Dati sensibili, 8756, Milano, Piazza della Scala, controllo polizia documenti